Overload & Shutdown

“Uno shutdown in una persona audhd è una risposta neurologica involontaria di 'congelamento'. Succede quando il cervello è completamente sopraffatto da input sensoriali, scelte, compiti o emozioni. Invece di combattere o fuggire, il sistema nervoso si riduce a proteggersi, rendendo difficile muoversi, parlare o prendere decisioni”

Quindi, nel mio caso, ci si ritrova a stare fissi sul cellulare a giocare a Vita Mahjong, arrivando velocemente al livello 500, che in quel momento è l’unica entità, seppur elettronica, che cerca di alzarti l’autostima dicendoti cose come “se finisci questo livello sei intelligente come Einstein” oppure “Newton si sarebbe fermato qui”. E ti prendi ste pillole di stronzate, pensando che sicuramente ci sarà una casalinga del New Jersey in calzoncini e canottiera che sta scalando la classifica con te convinta di essere un genio incompreso, mentre sgomita virtualmente con un piccolo Inuk di dodici anni che supera i livelli dal suo Igloo senza farsi troppi film mentali, perché riconosce la pubblicità ingannevole. Io sfarfallo mentalmente tra persone sconosciute, man mano che mi avvicino al numero 500 fisso il soffitto, ogni tanto mi ricordo che sono in down cosmico e comincio a piangere, poi il cervello si scollega e parte il livello 486.

“Dai che ce la fai ad arrivare al 500 senza uscire dalla classifica platino e senza usare quasi mai aiuti!”

Son soddisfazioni…

Questo avviene in uno shutdown per me. Non esisto più, vegeto. In alcuni momenti non ho nemmeno la testa per mettermi a vedere un film, leggere o fare maratone di serie tv. Non sento i dialoghi, niente si attacca, non capisco assolutamente cosa sto guardando. L’unica via di fuga era sta app del cazzo. La buona notizia è che poi passa. Piano piano il sistema nervoso si ripristina, ricominci a capire cosa hai intorno, a far depositare le frasi che senti, a sbloccare i pensieri incastrati appena dietro al cervello. Ti scongeli lentamente. Quando si è in shutdown, si dovrebbe poter mettere un adesivo sulla fronte con scritto “chiuso per restauro”. 

Oppure “crash del sistema - HELP - cliccare ctrl+canc”. Ma ci son dei momenti che, pure se clicchi per due ore, non si sblocca una mazza.  

 




 

Nel mio groviglio aggrovigliato dell’audhd

Una vita passata a sentirmi sempre sbagliata perché cambiavo spesso interessi, saltando da una passione all’altra come una molla, iniziando duecento cose diverse e non terminandone nemmeno una. Credo di aver provato quasi tutti gli sport possibili… pallavolo, karate, nuoto, calcio, jeet kune do, basket, muay thai… e sono sempre andata per qualche mese a dir tanto, poi mi stufavo. Ho studiato due mesi chitarra elettrica, un mese canto e ho imparato a suonare due marcette con il pianoforte; nei miei sogni suonavo nei gruppi, nella realtà non combinavo una mazza. 

Accumulatrice seriale di romanzi tratti da storie vere, saggi di psicologia e sociologia, libri da cui sono state tratte serie tv o film che ho visto, classici vari e via dicendo. Li inizio, magari ne comincio due o tre insieme, poi li mollo dopo una decina di pagine oppure quando mancano due capitoli alla fine. Poi, se mi prende l'iperfocus, finisco la saga di Harry Potter in pochi mesi o leggo un libro intero in poche ore. Prendo appuntamenti sull’onda dell’entusiasmo dei picchi dopaminici e poi, quando arriva il giorno dell’impegno preso, mi invento che il gatto ha imparato a volare all’improvviso e sto cercando di recuperarlo da un lampione. Imprevisto imprevedibile e la mente si fa labile, come cantava Meg dei 99 Posse. Duecento lavori cambiati, quattro dimissioni volontarie date in tronco per burnout, innumerevoli corsi di teatro iniziati e mollati dopo due mesi o tre lezioni. Percorsi vari fermati dopo un anno. Università? Quattro facoltà cambiate, un esame dato (ma almeno avevo preso trenta, ma trenta era il voto fisso che prendevano tutti con gli appunti virali che giravano tra gli studenti). E poi il teatro che è durato, il Com, ben quattro anni, solo uno “sabbatico”. Ma poi mi volevo tagliare le vene quando andavo a vedere gli spettacoli di altri che duravano più di un’ora. E anche per quell’ora, rarissimo rimanere concentrata davvero. E i cinema? Un tempo c’era la pausa alla fine del primo tempo, ormai è diventato un blocco unico di due ore di fila che quando entro continuo a pensare “e se poi mi scappa la pipì?”. Stare seduta così tanto? E le gambe dove le metto? Sempre lì uguali? No, dai. Le posizioni impossibili sui pullman quando andavo in giro per l’Europa, le posizioni da quadro di Picasso quando scrivo al pc. Stare ferma a scuola, in classe, a sentire l’insegnante che spiega, sia come studentessa che come educatrice, e cercare di resistere alla tentazione di uscire ogni cinque minuti e tornare, come un flipper impazzito. Da ragazzina era un continuo “prof, posso andare in bagno?”. Gli scarabocchi sul libro e l’incursione del docente che sperava di stanarmi con “Bressan, vediamo un po’, cosa stavo dicendo?” ed era molto più probabile che stessi ascoltando proprio mentre scrivevo nomi e pensieri sul libro, oppure se stavo pasticciando la faccia di Napoleone, piuttosto che se fissavo il volto di chi spiegava. Quindi qualcosa rispondevo, cavandomela con la risposta “questa volta ti è andata bene”. Mah, se lo dici tu.

E poi c’è la parte autistica del “datemi delle regole contenitive che così mi sento al sicuro”. La mia coperta di Linus. Ditemi cosa devo fare. Mettetemi una divisa, mettetemi in collegio, che perdo pezzi da tutte le parti e devo mettere allarmi per ricordarmi pure di lavarmi i denti! Che la mattina, prima di andare a scuola, lo facevo sempre mentre mia madre stava già sotto con la macchina accesa che urlava in dolby sorround “LAAAAAURAAAAAA!! ANDIAMO!!!” e io che mi stavo soffocando con il dentifricio con già addosso la giacca e lo zaino.

Quest’è. Una vita a scusarsi, a dire “arrivo”, fare corse e fughe strategiche all’ultimo minuto. Sentirsi tutto e niente. Pure le amicizie te lo spiego, in una classe di ben 32 persone - la prima dei servizi sociali, pioniere del corso SS, ovvero servizi sociali, per fortuna diventando negli anni SAS – io ero riuscita a fare il giro di tutte le compagne (un solo ragazzo, scartato dai miei interessi relazionali e io senz’altro dai suoi) quindi mi sono fatta il giro di tutto l’hinterland lodigiano, sfociando persino nella zona di Paullo e Zelo e toccando i confini di Cremona, creandomi una vastissima rete di conoscenze e amicizie che si suppone avrebbero potuto darmi un futuro di appaganti relazioni sociali. Peccato che non sia riuscita a tenermi un’amicizia che fosse una. Era tutto uno sperimentare seguito da scoglionamento, il mio, non ce n’è. Sempre in preda alla noia della routine e il desiderio viscerale della stabilità. Son passata dalla fase grunge a quella brit-pop, poi rap, dark, punk, metal e persino una consistente parte da tabbozza e pseudo-gabber. Infine, mi son ben collocata nella dimensione punk-rock per restarci sempre un pochino. Adesivi ovunque, anche adesso.

Negli anni ho imparato a portami a casa delle amicizie storiche e un paio di relazioni stabili, penso sia un gran risultato, visto il punto di partenza. Passavo dai picchi dopaminici dell’amore universale al ritiro sociale del tipico soggetto schizoide. Non che ora non mi succeda ancora esattamente tutto quello che ho descritto, ma in maniera meno eclatante, diciamo. Di fondo, però, ho deciso che ora, dato che grazie alle ennesime disgrazie lavorative e personali, son finita a farmi scannerizzare per capire come funziona esattamente il mio cervello, inizierò gradualmente a prendere con più leggerezza le mie difficoltà senza più sentirmi in colpa perché non risulto adeguata alla maggioranza della gente che ho intorno. Direi, molto bonariamente, che se non vi sta bene come funziono, sono anche un po’ cazzi vostri. Se ci lavorerò, sarà soltanto per me stessa e per le persone importanti (che sanno di esserlo, perché non ho mai lesinato sull’esprimere i miei sentimenti agli altri).

Così deciso, l’udienza è tolta. 

 





Neurotipica per scherzo (Lettera aperta)

Lodi, 20 luglio 2013

Eccoci qua, a due metri dalla diagnosi di Sindrome di Asperger, mentre mi chiedo come sia possibile che nessuno se ne sia mai accorto o si sia fatto venire il dubbio. Avrò visto almeno una decina di psicologi e psicoterapeuti vari, nel corso della vita, forse di più, ma mai nessuno si è fatto venire il sospetto che in me ci fossero tratti autistici. Eppure è così palese, ora che ripercorro tutte le tappe della mia vita. Da piccola era chiaro come il sole sotto moltissimi aspetti, ma ok, si conosceva poco... ma negli ultimi dieci anni dove sono stata? Non è bello scoprirlo così, come una doccia fredda, mentre pensavi lo fosse qualcun'altro e stavi indagando per cercare di capire meglio "quella" persona. Poi giri lo specchio e sei TU quella persona. Ed ecco che tutto si chiarifica; le crisi d'ansia, gli scatti di rabbia eccessiva, la mal comprensione delle intenzioni altrui, l'essere continuamente fraintesa, la goffaggine nei movimenti, i seri problemi nel mantenere il contatto oculare, e quindi le critiche continue, per anni "non guardi in faccia le persone, ti fai sempre i cazzi tuoi, non interagisci, pensi solo a te stessa, sei egocentrica, strana, non parli, parli sempre tu" e chi più ne ha più ne metta. Sempre a farmi sentire sbagliata, inopportuna, pesante, noiosa, ridondante, ossessiva, pedante, incostante, incoerente, inconcludente, infantile, fobica. "Pensi solo a te stessa", oppure, "sei troppo sensibile". Mai le vie di mezzo, ero sempre troppo di qualcosa, da un eccesso all'altro; o stavo troppo zitta, oppure parlavo troppo, o mi facevo troppo gli affari miei, oppure ero troppo invadente con le domande, o non guardavo le persone negli occhi o davo fastidio perché andavo in fissa. Insomma, che tortura!! E mi son sempre sentita dire "ti voglio bene e ti accetto così come sei", e mi veniva voglia di dire "ma chi cazzo te l'ha chiesto?". Io avrei voluto sentirmi dire questo "mi piaci un sacco per come sei, quindi ti voglio bene" ma, anche tra le righe, molti dicevano che mi sopportavano per affetto. Quale affetto non lo so, perché tanto non ci capisco nulla. Sono stufa di cercare di capire le intenzioni altrui, se le comprendo al volo, bene, se no basta, divento più selettiva. Ho dei tratti autistici, e allora? Chi ha stabilito che io sto dalla parte "sbagliata" e gli altri, solo perché sono la maggioranza, stanno dalla parte giusta? E' solo che il mondo è stato strutturato sulla misura "neurotipica", e fatto così fa andare fuori di testa.

Cosa fa andare fuori di testa? Dunque, vediamo... in primis il verbale che, spesso, non corrisponde al non-verbale, e che mi manda in confusione perenne! Infatti adoro le persone schiette e dirette, anche quando esagerano, perché le trovo rassicuranti da molti punti di vista: so chi ho davanti, non sono in pericolo. La maggioranza della gente non è per niente schietta né diretta.

Poi trovo insopportabile il dover trovare un modo di rispettare le gerarchie, che io trovo senza senso, per non parlare delle convenzioni... mi son sentita spesso dare della "maleducata", ma io ho rispetto degli altri su ciò che mi sembra giusto e logico, ovvero arrivare puntuale ad un appuntamento, avvisare se ritardo, scusarmi se sbaglio qualcosa (ma solo davanti alle cose chiare posso essere certa di doverlo fare, quelli che si aspettano scuse legate a "non so bene cosa" possono aspettarle in eterno, perché io manco lo so).

La gente si aspetta che gli altri "leggano tra le righe", ma io, spesso, non sono in grado di farlo, e mi dico "ma perché non parli come mangi e risolviamo il problema?". Mi destabilizza troppo rimanere nel dubbio, non capire cosa pensa una persona... me ne accorgo a pelle se le parole non corrispondono al sentire, ed è come se suonasse, dentro di me, un allarme che mi dice "attenta, qualcosa stona". Così si tratta di dover "evacuare l'edificio", e me ne vado; a volte scappo, a volte mi arrabbio furiosamente, urlo, e poi me ne vado sbattendo la porta.

Inoltre, per me, è troppo destabilizzante l’eccessivo bisogno di interazione sociale che c’è un po’ in generale, il fatto che quasi tutti siano alla ricerca del “rapporto di coppia”, che già solo il nome mi fa venire il panico, il dover dire da che parte stai (etero, gay, bisex, transex, cybersex, aliensex e via all’infinito).

Mi ha creato dubbi a palate, perché ero un camaleonte in costante ricerca di un qualcosa di sensato che NON ho MAI trovato… i miei dubbi sull’identità di genere o sessuale sono nati perché io non mi sento una particolare identità di genere né orientamento sessuale; semplicemente, se nessuno me ne avesse parlato, avrei senz’altro agito d’istinto, senza troppi problemi ma, probabilmente, mi sarei messa a contemplare la natura e a fare un pisolino.

Che liberazione poter dire al mondo intero “non voglio essere proprio accettata da nessuno, sto benissimo per conto mio, e voglio stare solo con persone che riesco a capire al volo”. Perfetto.



(PARTE RISERVATA SOLO AD ALCUNE PERSONE, prendendo in considerazione anche l'eventualità che qualcuno sia risentito con me, e io non ne sono nemmeno al corrente, come spesso mi è successo)

Ora viene la parte più complessa… ho mandato questa lettera alle persone con cui ho concluso male i rapporti o con le quali ho avuto delle difficoltà (e sono tante, purtroppo) ma con le quali non ho ben capito cosa sia successo e dove abbia “sbagliato io”; lo metto tra virgolette perché è relativo, dal mio punto di vista ho agito onestamente, quindi non so comprendere dal vostro punto di vista, dove abbia capito male, se non con quelle persone con cui sono andata in confusione io per prima, e alle quali chiedo scusa. Ecco, ora non mi metto ad elencare nomi per ragioni di privacy, ma alle persone a cui ho detto cose confuse, che nemmeno io capivo davvero, chiedo scusa per aver destabilizzato in qualche modo. 

Le altre dipende; comunque sentivo di mandare questa lettera, e non credo sia una cosa sbagliata a priori. Se poi ho fatto l’ennesima cosa “sconveniente”… penso ci sia di peggio, no? Peggio essere rapinati o perdere il lavoro, piuttosto che ricevere una mail da una tizia Aspie che è entrata per caso in brevi stralci della vostra vita. Come sono entrata, sono uscita, vi ho rifatto visita e ora posso dirvi “addio”. Se non capirete, tranquilli, l’ho messo in conto, ma chissà, magari anche solo una persona capirà, farà un sorriso e mi “perdonerà”.

Si nasce neri o bianchi, neurodiversi o neurotipici, non devo scusarmi con nessuno per essere nata così, ma mi scuso solo delle volte in cui sono stata aggressiva, perché questo mi dispiace davvero.



P.S: vi prego, non andate a leggervi la definizione su wikipedia, perché davvero è limitatissima ;-)

Neurodivergenza vs Fraintendimenti

Capita spesso che le persone neurodivergenti vengano totalmente fraintese. Ad esempio, può succedere che l’iperfocus o la disregolazione emotiva vengano prese per narcisismo o desiderio di controllo sull’altro. Ci sto pensando in questi giorni. Addirittura, qualcuno potrebbe temere di avere davanti una persona che vuole, in qualche modo distorto, dominare emotivamente o intellettualmente le altre persone. Non credo ci sia nulla di più lontano dalla realtà, purtroppo, e il dolore di venire fraintesi in modo così estremo penso non abbia ancora parole che possano descrivere come ci si sente. L’unico termine che mi viene è “annichilimento”, desiderio di esclusione e ritiro sociale. Tipico delle persone nello spettro. Essere scambiati per, che ne so, narcisisti e manipolatori, superbi o supponenti, quando, in verità, si stanno sentendo emozioni fortissime che non si riesce a gestire oppure si vuole solo adempiere ai propri compiti ed essere precisi è un colpo al cuore e all’autostima che, alla lunga, rischia di paralizzare. E per questo dobbiamo continuare a parlarne, diffondere la conoscenza su come funzioniamo, perché non è giusto essere visti sotto lenti così distorte e, semmai, compresi quando ormai il danno è stato fatto.  
Una persona autistica tende ad essere “troppo” oppure “troppo poco” per gli standard neurotipici. E chi manifesta troppo non è né narcisista né manipolatore. Non vuole dominare né controllare, semplicemente fa fatica a gestire lo tsunami emotivo che si muove dentro, e più una persona coinvolge, più è difficile.
Ma può avvenire anche il contrario, ci si può chiudere e non esprimere in modo chiaro cosa si sta vivendo, portando l'altro a non comprendere e a cercare un'interazione che, non essendo chiara da entrambe le parti, finisce per venire anch’essa fraintesa.
C’è chi scrive molto e viene considerato molesto, chi parla troppo… sempre troppo. E chi sempre troppo poco (non parlare, non dire mai nulla, stare chiusi nel proprio bozzolo). Ma sapete cosa? Il fatto è che poi è proprio dalle reazioni postume che i nodi vengono al pettine, se non si sta attenti ai piccoli gesti. Quando la persona si ritira, si chiude, scappa, piange e si dispera.
Allora capisci che era solo maldestra e in difficoltà, non che voleva avere potere su di te. Una purezza di intenti che rende vulnerabili e, spesso, sacrificabili. E di cui, personalmente, a volte farei volentieri a meno. Ma è quello che sono e devo amarlo, non vederlo come una condanna, anche se, a volte, lo sembra.
Spiegarsi, molte volte, sembra controproducente e non porta risultati, se non incomprensioni ulteriori, generando un doloroso e logorante circolo vizioso.
Qual è la soluzione? Solo provare a mettersi nei panni degli altri, anche se non sempre è immediato.
Ci si ritrova in un labirinto doloroso in cui sembra che non ci si possa incontrare mai davvero. Una persona spiega troppo, l’altra troppo poco. Una insegue, l’altra scappa. Più quella “esuberante” non capisce, più domanda, più quella chiusa si sente invasa, più non spiega. E si finisce per massacrarsi.
Tutto qui? Oppure qualcosa si può fare? Capire. Solo capire, nient’altro.
Io non voglio essere fraintesa, perciò mi sforzo di non fraintendere gli altri, quindi spiego, domando, indago, studio i comportamenti, cerco di conoscere. Non è prevaricazione, ma amore. E non tutti dimostriamo i sentimenti allo stesso modo. Per me analizzare una persona è un gesto di cura e tentativo di connessione.
Forse bisognerebbe solo imparare a vedere il mondo con occhi nuovi e considerare che ci sono tanti diversi modi di funzionare. Non sempre decodifichiamo le cose per come sono, ma per come siamo.
Preconcetti, pregiudizi. E ci dimentichiamo di sentire. Perché secondo me la chiave è lì, nel sentire l’altro.
Non interpretare… sentire. E io ho sentito, ma ho sbagliato, pensando fosse utile “stimolare” all’apertura. Proiettando cose mie, ansie personali, legate alla mia storia, alle persone chiuse che ho visto soffrire troppo. Esuberante, questo sì. Ma mai in cattiva fede. Mai.
 
 

 
 
 

Masking e strategie di adattamento

Nelle persone autistiche o PAS esiste questa costante problematica legata al forzato adattamento in un mondo percepito, fin dai primi anni, ostile. Regole sociali implicite, schemi di adattamento che gli altri bambini sembrano percepire quasi automaticamente, linguaggio non verbale che si impara a cogliere nei primi anni di asilo. Una persona neurodivergente inizia presto a sentirsi “asincrona”. Si muove un passo e suona subito falso, si percepisce che il feedback ambientale è ostile. La maestra che non capisce, la sgridata senza apparente motivo, il fraintendimento. E lì si insinua il primo granello di consapevolezza di “colpa”: io non vado bene. Non sto rispondendo come vogliono loro, ho fatto qualcosa di sbagliato. Ma non sai cosa.

E questo logora dentro.

L’idea di sé inizia a strutturarsi sulla cenere. L’immagine del “non vado bene, ma non so perché”.

Crescendo inizi a sentire i sussurri, gli sguardi che non comprendi, bambini che ridono o ti guardano e ti chiedi se ti stanno prendendo in giro.

Poi lo fanno, ti prendono in giro. Alcuni indirettamente, soprattutto le bambine, alcuni in modo più diretto, spesso più i bambini. Ma non è detto, a volte il contrario.

Inizi a sentirti bullizzata, persino dalle maestre. L’ambiente diventa ostile sottopelle. Vedi che i loro ritmi non ti appartengono. Tu ti stanchi a metà giornata, inizi ad estraniarti. Alcuni, quindi, sentendosi fuori asse, si mettono a studiare, diventano diligenti.

“Così non possono attaccarmi”

Altri escono dai binari, iniziano a “smattare”, rendersi “problematici”.

Entrambe le facce parlano di mancanza di senso di appartenenza. Sentirsi fuori posto. Fuori sincrono. Confusi.

“Cosa si aspettano che dica?”

“Cosa si aspettano che faccia?”

E qui inizia il masking. Pericoloso per il futuro, ma sensazione di salvezza per il presente.

Pensi “mi adatto, faccio come loro”. E inizi ad andare per imitazione, a costo di sembrare goffi e fuori misura. E la frustrazione preme. Anche adattandosi, qualcosa continua a non tornare.

Quindi o ti metti dentro dei binari rigidi e non deragli mai, a costo di soffocare e reprimere la futura adolescenza, oppure “fai quello che puoi”, ci provi, pur sentendoti ridicola. Sforzi. Spingi. Ripeti cazzate che dicono altri, senza nemmeno crederci.

Ma se ti incastri dentro i binari, poi devi dosare bene quello che dici, la pulsione di uscire preme, comprime, lega, ingabbia. Qualche volta rischia di uscire. Poi ti fanno vergognare, perché hai detto o fatto qualcosa di “sgraziato” e incompreso. Torni dentro. Mandi giù, rimugini, reprimi. Soffochi.

O sbotti, impazzisci, rischi di far deragliare tutto intorno a te.

“Nessuno mi vede”

E, crescendo, il masking diventa sopravvivenza. Mi comporto come fanno gli altri, se no finisco ai forni crematori dei diseredati, dei senza speranza, degli esclusi. Masking, fino a perdere se stessi.

Senti che l’emotività ti scava dentro, ti mangia la vita, ma devi resistere, essere “come gli altri”. Sei troppo diversa, troppo diverso.

Inizia una voce dentro che giudica, dice “fai schifo, non sei capace”

“Taci, non farci fare brutta figura”

Testa bassa e zitta.

E tiri, tiri, reprimi, ricacci dentro… poi esplodi. Esplodi o implodi.

Ti chiudi, vuoi morire. Il primo nemico è in casa tua: sei tu.

È questa la prigione di molte persone neurodivergenti, in una società che non ama le differenze, ma finge di farlo. Dove se pensi diversamente, sei fuori, se ti interfacci diversamente, disturbi. Se parli e non ti capiscono, sei tu l’errore del sistema.

Così si finisce per diventare automi ghiacciati o anime in fiamme che gridano in fondo a un tunnel di invisibilità.

Qual è la soluzione?

Non starci. Decidere che non siamo sbagliati noi, è sbagliata una società che non vuole prendersi la briga di vederci, perché non siamo abbastanza orgogliosi per farci vedere.

Ma quindi, io dico, prendiamocelo questo spazio. Parliamo di noi, spieghiamoci.

Molti non sanno nemmeno di essere neurodivergenti, pensano soltanto di essere rotti dentro, sbagliati, indegni.

Non è così. È la società in cui viviamo che è spenta, finge integrazione su tutti i tipi di funzionamento, ma non si impegna per conoscere chi processa il mondo in modo differente.

E ci obbliga a fare masking fino ad esaurire le risorse, fino alla depressione, al burnout, allo sfinimento.

Basta. Siamo noi a dover dire basta, a dover alzare la testa, ad avere la responsabilità di prenderci il nostro spazio di diritto nel mondo.

Siamo noi a doverci riconoscere tra simili, a non doverci fare la guerra, a capire che non siamo “sbagliati” ma solo differenti.

Siamo noi. Perché, se aspettiamo che il mondo ci riconosca senza muovere quasi un dito, questo ci schiaccerà.

Basta masking. Questo sarebbe il proposito per il futuro di un mondo migliore per tutti, anche per le persone che funzionano in maniera diversa dalla media.

Che poi siamo veramente tanti, molti di più di quanto si pensi.

 


 

 

Distorsione cognitiva, paranoia & ansia

Questo è un tema molto doloroso e complesso per chi è nello spettro autistico e zone affini (PAS). Mi ha riguardato, in passato, ma ha riguardato di più persone a me molto vicine.

Esiste il disturbo paranoide di personalità, ma qui parlo di qualcosa che è nell’anticamera. In sostanza credo si tratti di uno stato di PTSD (Post Traumatic Stress Disorder). Il cosiddetto “disturbo post-traumatico da stress” di cui molte persone neurodivergenti, purtroppo, soffrono in maniera costante. Mentre per i neurotipici il PTSD è la conseguenza di qualcosa di grave avvenuto, per le persone autistiche può diventare una costante.

Perché questo?

Perché la persona autistica o PAS vive in uno stato continuo di stress fin dai primi anni di vita, dato che la società è tarata sul funzionamento neurotipico. Le percezioni, la decodificazione della realtà, le relazioni… per una persona nello spettro autistico è tutto diverso, quindi è come crescere in “cattività”.

Questo, anno dopo anno, accumulandosi, può portare a distorcere la realtà e sviluppare un vero e proprio disturbo paranoide (in alcuni casi) e altre comorbidità psichiatriche dovute a diagnosi sbagliate. Ma concentrandosi sul PTSD e la paranoia associata, questo induce la persona che ne soffre a perdere, gradualmente, il contatto con la realtà che la circonda. Si iniziano a vedere, fraintendimento dopo fraintendimento, insidie ovunque, fregature, intenzioni presunte. E si può arrivare a meltdown, reazioni smodate, perdita del controllo e desiderio distruttivo e autolesionista. Non capire, non sentire sicurezza, può mandare il cervello in stato costante di tilt, perennemente attivo e reattivo ad ogni colpo di tosse che ci sembra un messaggio in codice contro di noi.

In sostanza, il non parlare lo stesso linguaggio delle persone intorno a noi, decodificare l’ambiente con maggiore intensità, non comprendere istintivamente il linguaggio non verbale, ma dovendolo acquisire, si finisce per sospettare di tutto. Da adulti, se non si lavora su questi aspetti e non ci si riconosce come neurodivergenti, l’impatto sulla propria vita può essere devastante.

La confusione regna sovrana e il sovraccarico emotivo e cognitivo pure.

Ci si sente come pesci che stanno per morire di asfissia e, quando qualcuno prova davvero ad aiutarci e proteggerci, si finisce per prendersela con l’acqua che ci viene data e non vedere che è una mano tesa verso di noi.

Si arriva a non fidarsi più di nessuno, avere sospetti continui e fare processi sistematici alle intenzioni presunte, senza capire, se non troppo tardi, di essersi sbagliati.

A me sta capitando ora. Io ho vissuto questo stato d’animo anni fa, so cosa vuol dire, so cosa vuol dire anche adesso, in parte. Io ho teso una mano, onestamente, volendo proteggere, ma sono stata fraintesa, di nuovo, e da una persona probabilmente simile a me.

Questa società ci ha reso nemiche, quando siamo una lo specchio dell’altra. E per questo bisogna continuare a parlarne, continuare a dire che non funzioniamo tutti allo stesso modo. Continuare a incoraggiare le persone a studiare se stesse, indagarsi, conoscersi. Perché è fondamentale per non rischiare di perdere chi si è e non trovare più la bussola.

Per questo qui sotto metterò i link ai test di Neuroscapes:

https://www.neuroscapes.org/

Se avete dei dubbi, fateli. Psicanalizzarsi può fare paura, lo capisco, ma credo sia più spaventoso non avere più il controllo di sé, della propria vita, delle emozioni e del male che si può arrivare a fare a se stessi e agli altri, distruggendo tutto intorno a sé per paura e l’incomprensione costante che si è sentito di vivere da praticamente sempre.

So cosa vuol dire. Ti prego, tu che leggi, ascoltami.

Abituati a non fidarsi più, non si possono cogliere nemmeno le intenzioni oneste, e questo penso sia lacerante più per chi lo vive che per chi lo subisce; perché, in fondo, una persona PAS o autistica “sente” quando davanti a lei qualcosa risuona davvero.

Bisogna “soltanto” abbassare il livello di ansia e per farlo, bisogna imparare a capire come si funziona.

 




 

 

Dall'altra parte dello "spettro"

Provo ad addentrarmi in questa analisi, anche se mi riguarda lateralmente, nel senso che ho vissuto più per osmosi questa rigidità, piuttosto che averla fatta mia.

Ricollegandomi al post sui due tipi di autismo prevalenti nelle ragazze e nelle donne, perché si parla tanto di autismo al maschile e poco di quello femminile, allego qui sotto direttamente un link del dottor Attwood che ne parla in modo molto chiaro e sintetico.

https://www.youtube.com/watch?v=NZcDbPB-aA0

Inoltre, rimando al libro “Aspiegirls” di Rudy Simone.

Quello che penso io e ho vissuto è questo: il dottor Keller, che mi diagnosticò nel 2013, mi disse che, nell’anamnesi familiare che avevamo fatto, risultava evidente che mia nonna potesse avere a che fare con il fenotipo asperger della donna rigida. Possibile e, dato che l’autismo è genetico, probabile.

Analizzando lei, visto che domani cade anche il giorno della sua nascita, posso dire che quei binari così rigidi che l’avevano intrappolata per oltre ottant’anni - di cui lei aveva iniziato a parlare, probabilmente, proprio gli ultimi anni - sono stati qualcosa che l’ha oppressa all’inverosimile e che le hanno impedito di prendersi lo spazio che voleva avere nel mondo. Anche solo avere una cartoleria, posto che riuscii a gestire pochi anni, per poi sentirsi dire dall’autorità patriarcale del marito che non era adatto a lei, in quanto madre, quindi che non avrebbe dovuto lavorare. Figlia di altri tempi, certo, ma con un’energia di fondo inespressa.

Questo mi viene da pensare, a riguardo. Molte donne nello spettro, hanno dentro il fuoco di emozioni che le guida fin da bambine, ma si ritrovano, a seconda dell’ambiente familiare e del contesto, a prendere due strade predominanti: o la strada ribelle e potenzialmente pericolosa, o quella dell’annullarsi in virtù di una pace fittizia che permetta loro di non collassare nel mondo che non le contiene. Quindi, da una parte, l’eccesso che esce dai bordi, che sbraga e rischia, dall’altra l’implosione, che scarnifica dall’interno.

O rompi le regole e sfidi tutto, anche l’impossibile, oppure obbedisci a tutto, dal capo presunto ai dogmi assunti per inerzia.

In entrambi i casi dietro c’è un bisogno di riconoscimento.

Ma focalizzandomi sul pensiero rigido, penso che sia la parte peggiore della medaglia. Perché chi “sfida il sistema”, se sopravvive alla fase critica, poi riesce a trovare un proprio equilibrio, grosso modo. Ma chi non rompe mai nulla, rimane imprigionata nella routine perpetua del “nulla accade, se non dentro me stessa”. Spettatrici passive della propria vita, lasciandosi vivere dagli altri, osservandosi come da dietro un vetro, facendo propri codici e paletti pensando possano contenere l’infinito e oltre. Ma sanno, queste persone, che non è così. Quel turbinio di emozioni inespresse finisce per restare congelato, apparentemente morte, ma la verità è che sono vive e, sicuramente, arriverà qualcosa o qualcuno a ricordarlo.

“Sei ancora viva”

“Non sei un automa del sistema”

“Chi ti governa, non sa chi sei”

E sussurrano frasi che dicono “liberati” e “esci da lì”. Ma non ci riesci. Senti che sei senza struttura e hai timore di perdere un pezzo dopo l’altro mentre provi a spostarti, come se fossi stata ferma talmente tanto da rischiare di non poter governare le tue stesse braccia, le tue stesse gambe, come se fossi stata manovrata da fuori, un burattino sociale in mano altrui. E mani che nemmeno sanno di averti avuto in pugno. Che se poi mollano la presa, tu cadi e ti chiedi “dove sono finiti tutti” e “ditemi cosa posso fare ora”.

E quando senti l’eco del non essere ascoltata, capisci che era solo un’illusione.

Questo può generare panico. Ovvio. Ma può anche essere un passaggio necessario.

È un po’ come sbarcare su un pianeta nuovo, il proprio. Piano piano si muovono i primi passi, incerti, ma senz’altro, pochi metri più in là, si scorgerà qualcuno dello stesso luogo pronto ad accoglierti e dirti “finalmente sei qui, ti aspettavo”.

Fa molta paura, chiaro, ma è l’unica strada possibile.

E tu la vuoi la libertà, giusto? Fare, finalmente, quello che vuoi.

È sano. È un momento catartico, per chi si è sempre negato la libertà di cui aveva un pulsante bisogno.

E scoprire che qualcuno è dall’altra parte dei binari, pronta ad abbracciarti, fa capire che non è mai troppo tardi per prendere per mano se stesse e darsi l’ascolto di cui si avrebbe sempre avuto bisogno.

 


 

 

 

 

 

Sentirsi inadeguati

L’incombenza del sentirsi difettosi.

Parliamo dell’oscurità che alcune persone sentono di portarsi dentro, soprattutto gli ipersensibili, i PAS e, in generale, molte persone neurodivergenti. Questo può riguardare tutti, ovvio, ma mi concentro su questo punto di vista, quello di chi è nello spettro o in zone affini.

Accade che, lentamente, il non sentirsi “a posto” possa portare a difendersi. Questo, in modo graduale, finisce per diventare un processo che rischia di far identificare qualcuno come “stronzo”, reattivo, impossibile, imprevedibile o, semplicemente, “disturbato”.

Mille etichette che la gente tende ad appiccicarci addosso quando non capisce il perché dietro a certi comportamenti. Un ciclo che finisce per autoalimentarsi.

Ricordo molto bene quando io stessa mi sentivo “tossica”, perché ci sono stati periodi in cui, sovraccaricandomi spesso, sia emotivamente che sensorialmente, finivo per “smattare”. Agli altri arriva una persona che, per motivi ignoti, tende a perdere la testa. Ma dietro c’è un’enorme difficoltà a farsi capire, o a capirsi per primi.

Le pressioni sociali mal elaborate finiscono per portare un adolescente neurodivergente a chiudersi, finché non sa come funziona e, negli anni ‘90, nessuno di noi veniva diagnosticato, a meno che non si trattasse di autismo “classico”.

Questo portava la situazione del costante senso di esclusione, il sentirsi sbagliati, fuori posto, goffi, fuori sincrono. In alcuni casi portando all’isolamento, in altri all’estrema reattività sociale, rischiando anche di finire nel tastare concretamente pericoli reali (droga, “cattive compagnie”, eccessi e abusi di vario tipo).

Fuori controllo ad alto profilo, per rabbia, una ribellione data dal non sentirsi aderenti alle richieste sociali, oppure intimamente, nella propria sfera privata, lontano da tutti. Oppure entrambe le cose. 

O un'adolescenza vissuta all'eccesso oppure non vissuta del tutto.

Questo porta ad interiorizzare un’idea di sé come persone “sbagliate”, difettose, fino al poter arrivare a sentirsi indegni.

Spesso, chi è nello spettro o ha delle atipicità, arriva da famiglie che, a loro volta, presentano caratteristiche simili in almeno uno dei due genitori, se non in tutti e due. Questa mal conoscenza di un tempo, ha portato molti adulti di oggi a non sapere né come né perché la loro vita sia finita per essere un apparente eterno effetto domino di distruzione delle relazioni sociali.

Spesso viene, quasi indelebilmente, affibbiata l’etichetta di persona problematica, stronza, distaccata, anaffettiva, supponente, arrogante o altezzosa. Tutte etichette che non rappresentano la realtà, ma soltanto delle maschere difensive che si sono create strato dopo strato, incomprensione dopo incomprensione. Fino a rischiare di perdere se stessi.

E quindi, quando qualcuno ci dice che sta male per dei nostri comportamenti, possiamo viverla non come “io sono talmente importante per questa persona da avere un impatto forte sul suo stato d’animo” ma piuttosto come “sono talmente tossica e distruttiva che faccio solo male agli altri, distruggo tutto ciò che tocco”.

E questo può diventare devastante e alimentare ancora comportamenti distruttivi, in un circolo vizioso pericoloso, che invece di aprirci all’amore dell’altro, ci porta a far del male proprio per paura di far del male.

L’immagine di sé che si è strutturata, probabilmente, già dall’infanzia, si stratifica e cementifica in questa terrificante idea di sé. La condanna definitiva: non sono degna del tuo amore, perciò distruggo tutto, tanto so già che ti farò del male o me ne farai tu.

Ci si può sentire fuori controllo quando le emozioni sono troppo forti. Incapaci di prevedere dove le reazioni porteranno. Ogni scatto di rabbia, ogni meltdown, ci condannano ancora più verso gli inferi di noi stesse.

Ma c’è una soluzione. Capire il meccanismo e iniziare a scardinarlo dall’interno.

Perché tu non sei cosa ti hanno rimandato gli altri, che vedevano solo la facciata difensiva, non il nucleo sottostante. Tu sei quel nucleo, laggiù c’è la luce, va solo fatta emergere.
E come? Fidandosi di chi riesce a vedere oltre a quel muro. Chi ci riesce, merita una possibilità. Perché poi si finisce per chiudersi e non essere in grado di chiedere aiuto, pensando di essere sole. Nessuno è davvero solo, c’è sempre qualcuno che può capirci, come dicevo nello scorso post, qualcuno che può risuonare.

C’è. Gli incontri non sono mai casuali. A volte una persona arriva in un determinato momento per permetterci di vedere attraverso uno specchio ciò che siamo, le trappole in cui siamo cadute, le origini, la possibilità di riemergere e poter tornare, o iniziare, a splendere davvero. Finalmente compresi e riconosciuti.

Perché quello tsunami emotivo ha diritto di uscire. Di essere compreso e non giudicato. Solo così si può iniziare ad avere cura di se stesse e non più aver paura di distruggere tutto ciò che ci tocca, soltanto perché tutto ciò che ci ha toccato in passato ha rischiato di distruggerci.

La via di uscita esiste, basta solo seguire i segnali e andare in quella direzione.




Overload & Shutdown

“Uno shutdown in una persona audhd è una risposta neurologica involontaria di 'congelamento'. Succede quando il cervello è completam...