Mondo Aspie vs Mondo Neurotipico
Il confine è sottile, oppure, talvolta no? Difficile da dire.
Spesso sorgono spontanee le domande “come mi devo comportare?”. Perché si è precocemente fatta esperienza del sentirsi inopportuni. Il rischio è perdersi. Ma mi domando “la persona autistica è perennemente alla ricerca di un’identità sociale perché ha una struttura più labile, oppure, perché il proprio modo d’essere è stato talmente tanto frainteso, fin dalle origini, da averci reso diffidenti e confusi, come in una sorta di perenne PTSD da relazioni?”
Io sarei incline a optare per la seconda parte, ovvero quella del disturbo post traumatico perpetuo da relazioni. Questa frase interiorizzata “come mi devo comportare?” o anche “cosa si aspettano che faccia?” può portare a due possibili scenari evolutivi e mi focalizzo sulle donne, in questo momento.
Nel primo scenario, la bambina che si sentiva spesso non compresa o inopportuna, si struttura più possibile nei primi binari disponibili a farla sentire accettata, spesso non riuscendo quasi più ad uscirne e, di conseguenza, sentendosi sempre più oppressa crescendo e perdendo gradualmente di vista la propria vera natura.
Nel secondo scenario, il non sentirsi comprese o la sensazione di mettersi “in ridicolo” o non essere considerate “opportune” fin da bambine porta alcune ad arrivare al fatidico punto del “ah sì? Allora sfido le regole e visto che non mi sento accettata, sarò io a non accettare voi”. Di conseguenza, crescendo, ci si può avvicinare facilmente a persone che, per un motivo o per l’altro, vengono percepite come “diverse” o “escluse” dalla società e le sue regole più o meno esplicite. Alcuni non seguono i dettami sociali perché non li sanno decodificare, altri perché non li accettano, alcuni per un mix di motivi e poi c’è anche chi proprio non ne ha quasi percezione. Si finisce, quindi, per aggregarsi creando minestroni sotto-sociali di disagio in cui si spera di trovare un proprio posto nel mondo.
Apparentemente la seconda categoria se la passa meglio, forse, perché non pare che rimanga intrappolata, ma la verità è che ci rimane eccome, solo diversamente. Mentre nel primo scenario, la donna ormai adulta si è costruita un entourage che, con molta probabilità, le appartiene poco ma si sforza di essere “uguale” e ben incastrata nelle dinamiche studiate a memoria, nel secondo scenario la donna adulta si potrebbe ritrovare persa nei meandri confusivi delle mille esperienze accumulate, quasi a casaccio, durante le quali cercava disperatamente se stessa e qualcuno che coincidesse con i propri pezzi mancanti o perduti.
Capita anche che questi due scenari possano incontrarsi, nel futuro adulto, e sentirsi attratti reciprocamente, perché dietro queste strade apparentemente opposte, si nasconde un cuore pulsante comune: il senso di inadeguatezza.
Non è una prerogativa delle donne nello spettro autistico, può riguardare anche coloro che sono ipersensibili (cosiddette PAS – persone altamente sensibili).
In ogni caso ci si ritrova ad un certo punto della propria storia di vita in cui tutto questo diventa troppo. Bisogna sistemarlo. E come?
Nel primo caso occorre un lavoro di autoconsapevolezza, in primis, e di riconoscimento di tutta questa dinamica di forzata integrazione prolungata nel tempo. Se non si parte da questo passaggio, non si può fare nient’altro dopo.
Nel secondo caso (che poi è quello a me affine) penso sia necessario fermarsi e chiedersi “chi sono davvero io?” e smettere di cercarsi freneticamente saltando da un’esperienza all’altra, ma avendo il coraggio di fare lo step successivo alla ricerca spasmodica di sé attraverso gli altri. E questo passo è “ora mi focalizzo su di me, su cosa sento io e mi scopro davvero, oltre ai traumi e gli irrisolti che son già stati portati alla luce”.
Spesso ci si nasconde dietro ai propri traumi, ci si identifica con le proprie infanzie. Il problema è: chi si affronta “troppo”, paradossalmente, rischia poi anche di identificarsi con quello che è emerso e di rimanere successivamente impantanata in un’idea di sé (quella che ne ha passate tante, la sopravvissuta, la coraggiosa, l’ipersensibile e via dicendo).
Credo che il primo gruppo, quello delle donne che si irrigidiscono e stratificano dentro ruoli che danno l’illusione di contenerle, tendano a interrogarsi poco sulla propria vita interiore, a differenza delle “ribelli” che finiscono addirittura per identificarsi troppo con il proprio viaggio interiore e il lavoro su di sé. Avviene un po’ il contrario, ovvero non “conoscere se stesse” ma “dimenticarsi di sé per non rischiare di domandarsi qualcosa che rischierebbe di farle deragliare dai binari”.
Ma è invece fondamentale arrivare a quel punto di snodo in cui il deragliamento è necessario e serve a recuperare il contatto perso con se stesse, per non rischiare di non potersi più trovare e questo, inoltre, porterebbe il corpo a reagire rischiando di ammalarsi seriamente (vedasi le varie malattie autoimmuni, ma qui si sfocia nella medicina olistica ed è un argomento che merita un approfondimento a parte).
Quindi, in conclusione, quando ci si ritrova “nel mezzo del cammin di nostra vita” come diceva Dante, bisogna mettere mano a se stesse.
Rimandare sarebbe un grave errore, perché si rischierebbe di non ritrovarsi più.
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