Dall'altra parte dello "spettro"

Provo ad addentrarmi in questa analisi, anche se mi riguarda lateralmente, nel senso che ho vissuto più per osmosi questa rigidità, piuttosto che averla fatta mia.

Ricollegandomi al post sui due tipi di autismo prevalenti nelle ragazze e nelle donne, perché si parla tanto di autismo al maschile e poco di quello femminile, allego qui sotto direttamente un link del dottor Attwood che ne parla in modo molto chiaro e sintetico.

https://www.youtube.com/watch?v=NZcDbPB-aA0

Inoltre, rimando al libro “Aspiegirls” di Rudy Simone.

Quello che penso io e ho vissuto è questo: il dottor Keller, che mi diagnosticò nel 2013, mi disse che, nell’anamnesi familiare che avevamo fatto, risultava evidente che mia nonna potesse avere a che fare con il fenotipo asperger della donna rigida. Possibile e, dato che l’autismo è genetico, probabile.

Analizzando lei, visto che domani cade anche il giorno della sua nascita, posso dire che quei binari così rigidi che l’avevano intrappolata per oltre ottant’anni - di cui lei aveva iniziato a parlare, probabilmente, proprio gli ultimi anni - sono stati qualcosa che l’ha oppressa all’inverosimile e che le hanno impedito di prendersi lo spazio che voleva avere nel mondo. Anche solo avere una cartoleria, posto che riuscii a gestire pochi anni, per poi sentirsi dire dall’autorità patriarcale del marito che non era adatto a lei, in quanto madre, quindi che non avrebbe dovuto lavorare. Figlia di altri tempi, certo, ma con un’energia di fondo inespressa.

Questo mi viene da pensare, a riguardo. Molte donne nello spettro, hanno dentro il fuoco di emozioni che le guida fin da bambine, ma si ritrovano, a seconda dell’ambiente familiare e del contesto, a prendere due strade predominanti: o la strada ribelle e potenzialmente pericolosa, o quella dell’annullarsi in virtù di una pace fittizia che permetta loro di non collassare nel mondo che non le contiene. Quindi, da una parte, l’eccesso che esce dai bordi, che sbraga e rischia, dall’altra l’implosione, che scarnifica dall’interno.

O rompi le regole e sfidi tutto, anche l’impossibile, oppure obbedisci a tutto, dal capo presunto ai dogmi assunti per inerzia.

In entrambi i casi dietro c’è un bisogno di riconoscimento.

Ma focalizzandomi sul pensiero rigido, penso che sia la parte peggiore della medaglia. Perché chi “sfida il sistema”, se sopravvive alla fase critica, poi riesce a trovare un proprio equilibrio, grosso modo. Ma chi non rompe mai nulla, rimane imprigionata nella routine perpetua del “nulla accade, se non dentro me stessa”. Spettatrici passive della propria vita, lasciandosi vivere dagli altri, osservandosi come da dietro un vetro, facendo propri codici e paletti pensando possano contenere l’infinito e oltre. Ma sanno, queste persone, che non è così. Quel turbinio di emozioni inespresse finisce per restare congelato, apparentemente morte, ma la verità è che sono vive e, sicuramente, arriverà qualcosa o qualcuno a ricordarlo.

“Sei ancora viva”

“Non sei un automa del sistema”

“Chi ti governa, non sa chi sei”

E sussurrano frasi che dicono “liberati” e “esci da lì”. Ma non ci riesci. Senti che sei senza struttura e hai timore di perdere un pezzo dopo l’altro mentre provi a spostarti, come se fossi stata ferma talmente tanto da rischiare di non poter governare le tue stesse braccia, le tue stesse gambe, come se fossi stata manovrata da fuori, un burattino sociale in mano altrui. E mani che nemmeno sanno di averti avuto in pugno. Che se poi mollano la presa, tu cadi e ti chiedi “dove sono finiti tutti” e “ditemi cosa posso fare ora”.

E quando senti l’eco del non essere ascoltata, capisci che era solo un’illusione.

Questo può generare panico. Ovvio. Ma può anche essere un passaggio necessario.

È un po’ come sbarcare su un pianeta nuovo, il proprio. Piano piano si muovono i primi passi, incerti, ma senz’altro, pochi metri più in là, si scorgerà qualcuno dello stesso luogo pronto ad accoglierti e dirti “finalmente sei qui, ti aspettavo”.

Fa molta paura, chiaro, ma è l’unica strada possibile.

E tu la vuoi la libertà, giusto? Fare, finalmente, quello che vuoi.

È sano. È un momento catartico, per chi si è sempre negato la libertà di cui aveva un pulsante bisogno.

E scoprire che qualcuno è dall’altra parte dei binari, pronta ad abbracciarti, fa capire che non è mai troppo tardi per prendere per mano se stesse e darsi l’ascolto di cui si avrebbe sempre avuto bisogno.

 


 

 

 

 

 

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