Sentirsi inadeguati

L’incombenza del sentirsi difettosi.

Parliamo dell’oscurità che alcune persone sentono di portarsi dentro, soprattutto gli ipersensibili, i PAS e, in generale, molte persone neurodivergenti. Questo può riguardare tutti, ovvio, ma mi concentro su questo punto di vista, quello di chi è nello spettro o in zone affini.

Accade che, lentamente, il non sentirsi “a posto” possa portare a difendersi. Questo, in modo graduale, finisce per diventare un processo che rischia di far identificare qualcuno come “stronzo”, reattivo, impossibile, imprevedibile o, semplicemente, “disturbato”.

Mille etichette che la gente tende ad appiccicarci addosso quando non capisce il perché dietro a certi comportamenti. Un ciclo che finisce per autoalimentarsi.

Ricordo molto bene quando io stessa mi sentivo “tossica”, perché ci sono stati periodi in cui, sovraccaricandomi spesso, sia emotivamente che sensorialmente, finivo per “smattare”. Agli altri arriva una persona che, per motivi ignoti, tende a perdere la testa. Ma dietro c’è un’enorme difficoltà a farsi capire, o a capirsi per primi.

Le pressioni sociali mal elaborate finiscono per portare un adolescente neurodivergente a chiudersi, finché non sa come funziona e, negli anni ‘90, nessuno di noi veniva diagnosticato, a meno che non si trattasse di autismo “classico”.

Questo portava la situazione del costante senso di esclusione, il sentirsi sbagliati, fuori posto, goffi, fuori sincrono. In alcuni casi portando all’isolamento, in altri all’estrema reattività sociale, rischiando anche di finire nel tastare concretamente pericoli reali (droga, “cattive compagnie”, eccessi e abusi di vario tipo).

Fuori controllo ad alto profilo, per rabbia, una ribellione data dal non sentirsi aderenti alle richieste sociali, oppure intimamente, nella propria sfera privata, lontano da tutti. Oppure entrambe le cose. 

O un'adolescenza vissuta all'eccesso oppure non vissuta del tutto.

Questo porta ad interiorizzare un’idea di sé come persone “sbagliate”, difettose, fino al poter arrivare a sentirsi indegni.

Spesso, chi è nello spettro o ha delle atipicità, arriva da famiglie che, a loro volta, presentano caratteristiche simili in almeno uno dei due genitori, se non in tutti e due. Questa mal conoscenza di un tempo, ha portato molti adulti di oggi a non sapere né come né perché la loro vita sia finita per essere un apparente eterno effetto domino di distruzione delle relazioni sociali.

Spesso viene, quasi indelebilmente, affibbiata l’etichetta di persona problematica, stronza, distaccata, anaffettiva, supponente, arrogante o altezzosa. Tutte etichette che non rappresentano la realtà, ma soltanto delle maschere difensive che si sono create strato dopo strato, incomprensione dopo incomprensione. Fino a rischiare di perdere se stessi.

E quindi, quando qualcuno ci dice che sta male per dei nostri comportamenti, possiamo viverla non come “io sono talmente importante per questa persona da avere un impatto forte sul suo stato d’animo” ma piuttosto come “sono talmente tossica e distruttiva che faccio solo male agli altri, distruggo tutto ciò che tocco”.

E questo può diventare devastante e alimentare ancora comportamenti distruttivi, in un circolo vizioso pericoloso, che invece di aprirci all’amore dell’altro, ci porta a far del male proprio per paura di far del male.

L’immagine di sé che si è strutturata, probabilmente, già dall’infanzia, si stratifica e cementifica in questa terrificante idea di sé. La condanna definitiva: non sono degna del tuo amore, perciò distruggo tutto, tanto so già che ti farò del male o me ne farai tu.

Ci si può sentire fuori controllo quando le emozioni sono troppo forti. Incapaci di prevedere dove le reazioni porteranno. Ogni scatto di rabbia, ogni meltdown, ci condannano ancora più verso gli inferi di noi stesse.

Ma c’è una soluzione. Capire il meccanismo e iniziare a scardinarlo dall’interno.

Perché tu non sei cosa ti hanno rimandato gli altri, che vedevano solo la facciata difensiva, non il nucleo sottostante. Tu sei quel nucleo, laggiù c’è la luce, va solo fatta emergere.
E come? Fidandosi di chi riesce a vedere oltre a quel muro. Chi ci riesce, merita una possibilità. Perché poi si finisce per chiudersi e non essere in grado di chiedere aiuto, pensando di essere sole. Nessuno è davvero solo, c’è sempre qualcuno che può capirci, come dicevo nello scorso post, qualcuno che può risuonare.

C’è. Gli incontri non sono mai casuali. A volte una persona arriva in un determinato momento per permetterci di vedere attraverso uno specchio ciò che siamo, le trappole in cui siamo cadute, le origini, la possibilità di riemergere e poter tornare, o iniziare, a splendere davvero. Finalmente compresi e riconosciuti.

Perché quello tsunami emotivo ha diritto di uscire. Di essere compreso e non giudicato. Solo così si può iniziare ad avere cura di se stesse e non più aver paura di distruggere tutto ciò che ci tocca, soltanto perché tutto ciò che ci ha toccato in passato ha rischiato di distruggerci.

La via di uscita esiste, basta solo seguire i segnali e andare in quella direzione.




Nessun commento:

Posta un commento

A volte le emozioni possono essere troppo intense e ci si può sentire sopraffatte. Credo sia importante prendersi il proprio tempo e sapere ...