Una vita passata a sentirmi sempre sbagliata perché cambiavo spesso interessi, saltando da una passione all’altra come una molla, iniziando duecento cose diverse e non terminandone nemmeno una. Credo di aver provato quasi tutti gli sport possibili… pallavolo, karate, nuoto, calcio, jeet kune do, basket, muay thai… e sono sempre andata per qualche mese a dir tanto, poi mi stufavo. Ho studiato due mesi chitarra elettrica, un mese canto e ho imparato a suonare due marcette con il pianoforte; nei miei sogni suonavo nei gruppi, nella realtà non combinavo una mazza.
Accumulatrice seriale di romanzi tratti da storie vere, saggi di psicologia e sociologia, libri da cui sono state tratte serie tv o film che ho visto, classici vari e via dicendo. Li inizio, magari ne comincio due o tre insieme, poi li mollo dopo una decina di pagine oppure quando mancano due capitoli alla fine. Poi, se mi prende l'iperfocus, finisco la saga di Harry Potter in pochi mesi o leggo un libro intero in poche ore. Prendo appuntamenti sull’onda dell’entusiasmo dei picchi dopaminici e poi, quando arriva il giorno dell’impegno preso, mi invento che il gatto ha imparato a volare all’improvviso e sto cercando di recuperarlo da un lampione. Imprevisto imprevedibile e la mente si fa labile, come cantava Meg dei 99 Posse. Duecento lavori cambiati, quattro dimissioni volontarie date in tronco per burnout, innumerevoli corsi di teatro iniziati e mollati dopo due mesi o tre lezioni. Percorsi vari fermati dopo un anno. Università? Quattro facoltà cambiate, un esame dato (ma almeno avevo preso trenta, ma trenta era il voto fisso che prendevano tutti con gli appunti virali che giravano tra gli studenti). E poi il teatro che è durato, il Com, ben quattro anni, solo uno “sabbatico”. Ma poi mi volevo tagliare le vene quando andavo a vedere gli spettacoli di altri che duravano più di un’ora. E anche per quell’ora, rarissimo rimanere concentrata davvero. E i cinema? Un tempo c’era la pausa alla fine del primo tempo, ormai è diventato un blocco unico di due ore di fila che quando entro continuo a pensare “e se poi mi scappa la pipì?”. Stare seduta così tanto? E le gambe dove le metto? Sempre lì uguali? No, dai. Le posizioni impossibili sui pullman quando andavo in giro per l’Europa, le posizioni da quadro di Picasso quando scrivo al pc. Stare ferma a scuola, in classe, a sentire l’insegnante che spiega, sia come studentessa che come educatrice, e cercare di resistere alla tentazione di uscire ogni cinque minuti e tornare, come un flipper impazzito. Da ragazzina era un continuo “prof, posso andare in bagno?”. Gli scarabocchi sul libro e l’incursione del docente che sperava di stanarmi con “Bressan, vediamo un po’, cosa stavo dicendo?” ed era molto più probabile che stessi ascoltando proprio mentre scrivevo nomi e pensieri sul libro, oppure se stavo pasticciando la faccia di Napoleone, piuttosto che se fissavo il volto di chi spiegava. Quindi qualcosa rispondevo, cavandomela con la risposta “questa volta ti è andata bene”. Mah, se lo dici tu.
E poi c’è la parte autistica del “datemi delle regole contenitive che così mi sento al sicuro”. La mia coperta di Linus. Ditemi cosa devo fare. Mettetemi una divisa, mettetemi in collegio, che perdo pezzi da tutte le parti e devo mettere allarmi per ricordarmi pure di lavarmi i denti! Che la mattina, prima di andare a scuola, lo facevo sempre mentre mia madre stava già sotto con la macchina accesa che urlava in dolby sorround “LAAAAAURAAAAAA!! ANDIAMO!!!” e io che mi stavo soffocando con il dentifricio con già addosso la giacca e lo zaino.
Quest’è. Una vita a scusarsi, a dire “arrivo”, fare corse e fughe strategiche all’ultimo minuto. Sentirsi tutto e niente. Pure le amicizie te lo spiego, in una classe di ben 32 persone - la prima dei servizi sociali, pioniere del corso SS, ovvero servizi sociali, per fortuna diventando negli anni SAS – io ero riuscita a fare il giro di tutte le compagne (un solo ragazzo, scartato dai miei interessi relazionali e io senz’altro dai suoi) quindi mi sono fatta il giro di tutto l’hinterland lodigiano, sfociando persino nella zona di Paullo e Zelo e toccando i confini di Cremona, creandomi una vastissima rete di conoscenze e amicizie che si suppone avrebbero potuto darmi un futuro di appaganti relazioni sociali. Peccato che non sia riuscita a tenermi un’amicizia che fosse una. Era tutto uno sperimentare seguito da scoglionamento, il mio, non ce n’è. Sempre in preda alla noia della routine e il desiderio viscerale della stabilità. Son passata dalla fase grunge a quella brit-pop, poi rap, dark, punk, metal e persino una consistente parte da tabbozza e pseudo-gabber. Infine, mi son ben collocata nella dimensione punk-rock per restarci sempre un pochino. Adesivi ovunque, anche adesso.
Negli anni ho imparato a portami a casa delle amicizie storiche e un paio di relazioni stabili, penso sia un gran risultato, visto il punto di partenza. Passavo dai picchi dopaminici dell’amore universale al ritiro sociale del tipico soggetto schizoide. Non che ora non mi succeda ancora esattamente tutto quello che ho descritto, ma in maniera meno eclatante, diciamo. Di fondo, però, ho deciso che ora, dato che grazie alle ennesime disgrazie lavorative e personali, son finita a farmi scannerizzare per capire come funziona esattamente il mio cervello, inizierò gradualmente a prendere con più leggerezza le mie difficoltà senza più sentirmi in colpa perché non risulto adeguata alla maggioranza della gente che ho intorno. Direi, molto bonariamente, che se non vi sta bene come funziono, sono anche un po’ cazzi vostri. Se ci lavorerò, sarà soltanto per me stessa e per le persone importanti (che sanno di esserlo, perché non ho mai lesinato sull’esprimere i miei sentimenti agli altri).
Così deciso, l’udienza è tolta.

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