Masking e strategie di adattamento

Nelle persone autistiche o PAS esiste questa costante problematica legata al forzato adattamento in un mondo percepito, fin dai primi anni, ostile. Regole sociali implicite, schemi di adattamento che gli altri bambini sembrano percepire quasi automaticamente, linguaggio non verbale che si impara a cogliere nei primi anni di asilo. Una persona neurodivergente inizia presto a sentirsi “asincrona”. Si muove un passo e suona subito falso, si percepisce che il feedback ambientale è ostile. La maestra che non capisce, la sgridata senza apparente motivo, il fraintendimento. E lì si insinua il primo granello di consapevolezza di “colpa”: io non vado bene. Non sto rispondendo come vogliono loro, ho fatto qualcosa di sbagliato. Ma non sai cosa.

E questo logora dentro.

L’idea di sé inizia a strutturarsi sulla cenere. L’immagine del “non vado bene, ma non so perché”.

Crescendo inizi a sentire i sussurri, gli sguardi che non comprendi, bambini che ridono o ti guardano e ti chiedi se ti stanno prendendo in giro.

Poi lo fanno, ti prendono in giro. Alcuni indirettamente, soprattutto le bambine, alcuni in modo più diretto, spesso più i bambini. Ma non è detto, a volte il contrario.

Inizi a sentirti bullizzata, persino dalle maestre. L’ambiente diventa ostile sottopelle. Vedi che i loro ritmi non ti appartengono. Tu ti stanchi a metà giornata, inizi ad estraniarti. Alcuni, quindi, sentendosi fuori asse, si mettono a studiare, diventano diligenti.

“Così non possono attaccarmi”

Altri escono dai binari, iniziano a “smattare”, rendersi “problematici”.

Entrambe le facce parlano di mancanza di senso di appartenenza. Sentirsi fuori posto. Fuori sincrono. Confusi.

“Cosa si aspettano che dica?”

“Cosa si aspettano che faccia?”

E qui inizia il masking. Pericoloso per il futuro, ma sensazione di salvezza per il presente.

Pensi “mi adatto, faccio come loro”. E inizi ad andare per imitazione, a costo di sembrare goffi e fuori misura. E la frustrazione preme. Anche adattandosi, qualcosa continua a non tornare.

Quindi o ti metti dentro dei binari rigidi e non deragli mai, a costo di soffocare e reprimere la futura adolescenza, oppure “fai quello che puoi”, ci provi, pur sentendoti ridicola. Sforzi. Spingi. Ripeti cazzate che dicono altri, senza nemmeno crederci.

Ma se ti incastri dentro i binari, poi devi dosare bene quello che dici, la pulsione di uscire preme, comprime, lega, ingabbia. Qualche volta rischia di uscire. Poi ti fanno vergognare, perché hai detto o fatto qualcosa di “sgraziato” e incompreso. Torni dentro. Mandi giù, rimugini, reprimi. Soffochi.

O sbotti, impazzisci, rischi di far deragliare tutto intorno a te.

“Nessuno mi vede”

E, crescendo, il masking diventa sopravvivenza. Mi comporto come fanno gli altri, se no finisco ai forni crematori dei diseredati, dei senza speranza, degli esclusi. Masking, fino a perdere se stessi.

Senti che l’emotività ti scava dentro, ti mangia la vita, ma devi resistere, essere “come gli altri”. Sei troppo diversa, troppo diverso.

Inizia una voce dentro che giudica, dice “fai schifo, non sei capace”

“Taci, non farci fare brutta figura”

Testa bassa e zitta.

E tiri, tiri, reprimi, ricacci dentro… poi esplodi. Esplodi o implodi.

Ti chiudi, vuoi morire. Il primo nemico è in casa tua: sei tu.

È questa la prigione di molte persone neurodivergenti, in una società che non ama le differenze, ma finge di farlo. Dove se pensi diversamente, sei fuori, se ti interfacci diversamente, disturbi. Se parli e non ti capiscono, sei tu l’errore del sistema.

Così si finisce per diventare automi ghiacciati o anime in fiamme che gridano in fondo a un tunnel di invisibilità.

Qual è la soluzione?

Non starci. Decidere che non siamo sbagliati noi, è sbagliata una società che non vuole prendersi la briga di vederci, perché non siamo abbastanza orgogliosi per farci vedere.

Ma quindi, io dico, prendiamocelo questo spazio. Parliamo di noi, spieghiamoci.

Molti non sanno nemmeno di essere neurodivergenti, pensano soltanto di essere rotti dentro, sbagliati, indegni.

Non è così. È la società in cui viviamo che è spenta, finge integrazione su tutti i tipi di funzionamento, ma non si impegna per conoscere chi processa il mondo in modo differente.

E ci obbliga a fare masking fino ad esaurire le risorse, fino alla depressione, al burnout, allo sfinimento.

Basta. Siamo noi a dover dire basta, a dover alzare la testa, ad avere la responsabilità di prenderci il nostro spazio di diritto nel mondo.

Siamo noi a doverci riconoscere tra simili, a non doverci fare la guerra, a capire che non siamo “sbagliati” ma solo differenti.

Siamo noi. Perché, se aspettiamo che il mondo ci riconosca senza muovere quasi un dito, questo ci schiaccerà.

Basta masking. Questo sarebbe il proposito per il futuro di un mondo migliore per tutti, anche per le persone che funzionano in maniera diversa dalla media.

Che poi siamo veramente tanti, molti di più di quanto si pensi.

 


 

 

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A volte le emozioni possono essere troppo intense e ci si può sentire sopraffatte. Credo sia importante prendersi il proprio tempo e sapere ...