Neurodivergenza vs Fraintendimenti

Capita spesso che le persone neurodivergenti vengano totalmente fraintese. Ad esempio, può succedere che l’iperfocus o la disregolazione emotiva vengano prese per narcisismo o desiderio di controllo sull’altro. Ci sto pensando in questi giorni. Addirittura, qualcuno potrebbe temere di avere davanti una persona che vuole, in qualche modo distorto, dominare emotivamente o intellettualmente le altre persone. Non credo ci sia nulla di più lontano dalla realtà, purtroppo, e il dolore di venire fraintesi in modo così estremo penso non abbia ancora parole che possano descrivere come ci si sente. L’unico termine che mi viene è “annichilimento”, desiderio di esclusione e ritiro sociale. Tipico delle persone nello spettro. Essere scambiati per, che ne so, narcisisti e manipolatori, superbi o supponenti, quando, in verità, si stanno sentendo emozioni fortissime che non si riesce a gestire oppure si vuole solo adempiere ai propri compiti ed essere precisi è un colpo al cuore e all’autostima che, alla lunga, rischia di paralizzare. E per questo dobbiamo continuare a parlarne, diffondere la conoscenza su come funzioniamo, perché non è giusto essere visti sotto lenti così distorte e, semmai, compresi quando ormai il danno è stato fatto.  
Una persona autistica tende ad essere “troppo” oppure “troppo poco” per gli standard neurotipici. E chi manifesta troppo non è né narcisista né manipolatore. Non vuole dominare né controllare, semplicemente fa fatica a gestire lo tsunami emotivo che si muove dentro, e più una persona coinvolge, più è difficile.
Ma può avvenire anche il contrario, ci si può chiudere e non esprimere in modo chiaro cosa si sta vivendo, portando l'altro a non comprendere e a cercare un'interazione che, non essendo chiara da entrambe le parti, finisce per venire anch’essa fraintesa.
C’è chi scrive molto e viene considerato molesto, chi parla troppo… sempre troppo. E chi sempre troppo poco (non parlare, non dire mai nulla, stare chiusi nel proprio bozzolo). Ma sapete cosa? Il fatto è che poi è proprio dalle reazioni postume che i nodi vengono al pettine, se non si sta attenti ai piccoli gesti. Quando la persona si ritira, si chiude, scappa, piange e si dispera.
Allora capisci che era solo maldestra e in difficoltà, non che voleva avere potere su di te. Una purezza di intenti che rende vulnerabili e, spesso, sacrificabili. E di cui, personalmente, a volte farei volentieri a meno. Ma è quello che sono e devo amarlo, non vederlo come una condanna, anche se, a volte, lo sembra.
Spiegarsi, molte volte, sembra controproducente e non porta risultati, se non incomprensioni ulteriori, generando un doloroso e logorante circolo vizioso.
Qual è la soluzione? Solo provare a mettersi nei panni degli altri, anche se non sempre è immediato.
Ci si ritrova in un labirinto doloroso in cui sembra che non ci si possa incontrare mai davvero. Una persona spiega troppo, l’altra troppo poco. Una insegue, l’altra scappa. Più quella “esuberante” non capisce, più domanda, più quella chiusa si sente invasa, più non spiega. E si finisce per massacrarsi.
Tutto qui? Oppure qualcosa si può fare? Capire. Solo capire, nient’altro.
Io non voglio essere fraintesa, perciò mi sforzo di non fraintendere gli altri, quindi spiego, domando, indago, studio i comportamenti, cerco di conoscere. Non è prevaricazione, ma amore. E non tutti dimostriamo i sentimenti allo stesso modo. Per me analizzare una persona è un gesto di cura e tentativo di connessione.
Forse bisognerebbe solo imparare a vedere il mondo con occhi nuovi e considerare che ci sono tanti diversi modi di funzionare. Non sempre decodifichiamo le cose per come sono, ma per come siamo.
Preconcetti, pregiudizi. E ci dimentichiamo di sentire. Perché secondo me la chiave è lì, nel sentire l’altro.
Non interpretare… sentire. E io ho sentito, ma ho sbagliato, pensando fosse utile “stimolare” all’apertura. Proiettando cose mie, ansie personali, legate alla mia storia, alle persone chiuse che ho visto soffrire troppo. Esuberante, questo sì. Ma mai in cattiva fede. Mai.
 
 

 
 
 

Masking e strategie di adattamento

Nelle persone autistiche o PAS esiste questa costante problematica legata al forzato adattamento in un mondo percepito, fin dai primi anni, ostile. Regole sociali implicite, schemi di adattamento che gli altri bambini sembrano percepire quasi automaticamente, linguaggio non verbale che si impara a cogliere nei primi anni di asilo. Una persona neurodivergente inizia presto a sentirsi “asincrona”. Si muove un passo e suona subito falso, si percepisce che il feedback ambientale è ostile. La maestra che non capisce, la sgridata senza apparente motivo, il fraintendimento. E lì si insinua il primo granello di consapevolezza di “colpa”: io non vado bene. Non sto rispondendo come vogliono loro, ho fatto qualcosa di sbagliato. Ma non sai cosa.

E questo logora dentro.

L’idea di sé inizia a strutturarsi sulla cenere. L’immagine del “non vado bene, ma non so perché”.

Crescendo inizi a sentire i sussurri, gli sguardi che non comprendi, bambini che ridono o ti guardano e ti chiedi se ti stanno prendendo in giro.

Poi lo fanno, ti prendono in giro. Alcuni indirettamente, soprattutto le bambine, alcuni in modo più diretto, spesso più i bambini. Ma non è detto, a volte il contrario.

Inizi a sentirti bullizzata, persino dalle maestre. L’ambiente diventa ostile sottopelle. Vedi che i loro ritmi non ti appartengono. Tu ti stanchi a metà giornata, inizi ad estraniarti. Alcuni, quindi, sentendosi fuori asse, si mettono a studiare, diventano diligenti.

“Così non possono attaccarmi”

Altri escono dai binari, iniziano a “smattare”, rendersi “problematici”.

Entrambe le facce parlano di mancanza di senso di appartenenza. Sentirsi fuori posto. Fuori sincrono. Confusi.

“Cosa si aspettano che dica?”

“Cosa si aspettano che faccia?”

E qui inizia il masking. Pericoloso per il futuro, ma sensazione di salvezza per il presente.

Pensi “mi adatto, faccio come loro”. E inizi ad andare per imitazione, a costo di sembrare goffi e fuori misura. E la frustrazione preme. Anche adattandosi, qualcosa continua a non tornare.

Quindi o ti metti dentro dei binari rigidi e non deragli mai, a costo di soffocare e reprimere la futura adolescenza, oppure “fai quello che puoi”, ci provi, pur sentendoti ridicola. Sforzi. Spingi. Ripeti cazzate che dicono altri, senza nemmeno crederci.

Ma se ti incastri dentro i binari, poi devi dosare bene quello che dici, la pulsione di uscire preme, comprime, lega, ingabbia. Qualche volta rischia di uscire. Poi ti fanno vergognare, perché hai detto o fatto qualcosa di “sgraziato” e incompreso. Torni dentro. Mandi giù, rimugini, reprimi. Soffochi.

O sbotti, impazzisci, rischi di far deragliare tutto intorno a te.

“Nessuno mi vede”

E, crescendo, il masking diventa sopravvivenza. Mi comporto come fanno gli altri, se no finisco ai forni crematori dei diseredati, dei senza speranza, degli esclusi. Masking, fino a perdere se stessi.

Senti che l’emotività ti scava dentro, ti mangia la vita, ma devi resistere, essere “come gli altri”. Sei troppo diversa, troppo diverso.

Inizia una voce dentro che giudica, dice “fai schifo, non sei capace”

“Taci, non farci fare brutta figura”

Testa bassa e zitta.

E tiri, tiri, reprimi, ricacci dentro… poi esplodi. Esplodi o implodi.

Ti chiudi, vuoi morire. Il primo nemico è in casa tua: sei tu.

È questa la prigione di molte persone neurodivergenti, in una società che non ama le differenze, ma finge di farlo. Dove se pensi diversamente, sei fuori, se ti interfacci diversamente, disturbi. Se parli e non ti capiscono, sei tu l’errore del sistema.

Così si finisce per diventare automi ghiacciati o anime in fiamme che gridano in fondo a un tunnel di invisibilità.

Qual è la soluzione?

Non starci. Decidere che non siamo sbagliati noi, è sbagliata una società che non vuole prendersi la briga di vederci, perché non siamo abbastanza orgogliosi per farci vedere.

Ma quindi, io dico, prendiamocelo questo spazio. Parliamo di noi, spieghiamoci.

Molti non sanno nemmeno di essere neurodivergenti, pensano soltanto di essere rotti dentro, sbagliati, indegni.

Non è così. È la società in cui viviamo che è spenta, finge integrazione su tutti i tipi di funzionamento, ma non si impegna per conoscere chi processa il mondo in modo differente.

E ci obbliga a fare masking fino ad esaurire le risorse, fino alla depressione, al burnout, allo sfinimento.

Basta. Siamo noi a dover dire basta, a dover alzare la testa, ad avere la responsabilità di prenderci il nostro spazio di diritto nel mondo.

Siamo noi a doverci riconoscere tra simili, a non doverci fare la guerra, a capire che non siamo “sbagliati” ma solo differenti.

Siamo noi. Perché, se aspettiamo che il mondo ci riconosca senza muovere quasi un dito, questo ci schiaccerà.

Basta masking. Questo sarebbe il proposito per il futuro di un mondo migliore per tutti, anche per le persone che funzionano in maniera diversa dalla media.

Che poi siamo veramente tanti, molti di più di quanto si pensi.

 


 

 

Distorsione cognitiva, paranoia & ansia

Questo è un tema molto doloroso e complesso per chi è nello spettro autistico e zone affini (PAS). Mi ha riguardato, in passato, ma ha riguardato di più persone a me molto vicine.

Esiste il disturbo paranoide di personalità, ma qui parlo di qualcosa che è nell’anticamera. In sostanza credo si tratti di uno stato di PTSD (Post Traumatic Stress Disorder). Il cosiddetto “disturbo post-traumatico da stress” di cui molte persone neurodivergenti, purtroppo, soffrono in maniera costante. Mentre per i neurotipici il PTSD è la conseguenza di qualcosa di grave avvenuto, per le persone autistiche può diventare una costante.

Perché questo?

Perché la persona autistica o PAS vive in uno stato continuo di stress fin dai primi anni di vita, dato che la società è tarata sul funzionamento neurotipico. Le percezioni, la decodificazione della realtà, le relazioni… per una persona nello spettro autistico è tutto diverso, quindi è come crescere in “cattività”.

Questo, anno dopo anno, accumulandosi, può portare a distorcere la realtà e sviluppare un vero e proprio disturbo paranoide (in alcuni casi) e altre comorbidità psichiatriche dovute a diagnosi sbagliate. Ma concentrandosi sul PTSD e la paranoia associata, questo induce la persona che ne soffre a perdere, gradualmente, il contatto con la realtà che la circonda. Si iniziano a vedere, fraintendimento dopo fraintendimento, insidie ovunque, fregature, intenzioni presunte. E si può arrivare a meltdown, reazioni smodate, perdita del controllo e desiderio distruttivo e autolesionista. Non capire, non sentire sicurezza, può mandare il cervello in stato costante di tilt, perennemente attivo e reattivo ad ogni colpo di tosse che ci sembra un messaggio in codice contro di noi.

In sostanza, il non parlare lo stesso linguaggio delle persone intorno a noi, decodificare l’ambiente con maggiore intensità, non comprendere istintivamente il linguaggio non verbale, ma dovendolo acquisire, si finisce per sospettare di tutto. Da adulti, se non si lavora su questi aspetti e non ci si riconosce come neurodivergenti, l’impatto sulla propria vita può essere devastante.

La confusione regna sovrana e il sovraccarico emotivo e cognitivo pure.

Ci si sente come pesci che stanno per morire di asfissia e, quando qualcuno prova davvero ad aiutarci e proteggerci, si finisce per prendersela con l’acqua che ci viene data e non vedere che è una mano tesa verso di noi.

Si arriva a non fidarsi più di nessuno, avere sospetti continui e fare processi sistematici alle intenzioni presunte, senza capire, se non troppo tardi, di essersi sbagliati.

A me sta capitando ora. Io ho vissuto questo stato d’animo anni fa, so cosa vuol dire, so cosa vuol dire anche adesso, in parte. Io ho teso una mano, onestamente, volendo proteggere, ma sono stata fraintesa, di nuovo, e da una persona probabilmente simile a me.

Questa società ci ha reso nemiche, quando siamo una lo specchio dell’altra. E per questo bisogna continuare a parlarne, continuare a dire che non funzioniamo tutti allo stesso modo. Continuare a incoraggiare le persone a studiare se stesse, indagarsi, conoscersi. Perché è fondamentale per non rischiare di perdere chi si è e non trovare più la bussola.

Per questo qui sotto metterò i link ai test di Neuroscapes:

https://www.neuroscapes.org/

Se avete dei dubbi, fateli. Psicanalizzarsi può fare paura, lo capisco, ma credo sia più spaventoso non avere più il controllo di sé, della propria vita, delle emozioni e del male che si può arrivare a fare a se stessi e agli altri, distruggendo tutto intorno a sé per paura e l’incomprensione costante che si è sentito di vivere da praticamente sempre.

So cosa vuol dire. Ti prego, tu che leggi, ascoltami.

Abituati a non fidarsi più, non si possono cogliere nemmeno le intenzioni oneste, e questo penso sia lacerante più per chi lo vive che per chi lo subisce; perché, in fondo, una persona PAS o autistica “sente” quando davanti a lei qualcosa risuona davvero.

Bisogna “soltanto” abbassare il livello di ansia e per farlo, bisogna imparare a capire come si funziona.

 




 

 

Dall'altra parte dello "spettro"

Provo ad addentrarmi in questa analisi, anche se mi riguarda lateralmente, nel senso che ho vissuto più per osmosi questa rigidità, piuttosto che averla fatta mia.

Ricollegandomi al post sui due tipi di autismo prevalenti nelle ragazze e nelle donne, perché si parla tanto di autismo al maschile e poco di quello femminile, allego qui sotto direttamente un link del dottor Attwood che ne parla in modo molto chiaro e sintetico.

https://www.youtube.com/watch?v=NZcDbPB-aA0

Inoltre, rimando al libro “Aspiegirls” di Rudy Simone.

Quello che penso io e ho vissuto è questo: il dottor Keller, che mi diagnosticò nel 2013, mi disse che, nell’anamnesi familiare che avevamo fatto, risultava evidente che mia nonna potesse avere a che fare con il fenotipo asperger della donna rigida. Possibile e, dato che l’autismo è genetico, probabile.

Analizzando lei, visto che domani cade anche il giorno della sua nascita, posso dire che quei binari così rigidi che l’avevano intrappolata per oltre ottant’anni - di cui lei aveva iniziato a parlare, probabilmente, proprio gli ultimi anni - sono stati qualcosa che l’ha oppressa all’inverosimile e che le hanno impedito di prendersi lo spazio che voleva avere nel mondo. Anche solo avere una cartoleria, posto che riuscii a gestire pochi anni, per poi sentirsi dire dall’autorità patriarcale del marito che non era adatto a lei, in quanto madre, quindi che non avrebbe dovuto lavorare. Figlia di altri tempi, certo, ma con un’energia di fondo inespressa.

Questo mi viene da pensare, a riguardo. Molte donne nello spettro, hanno dentro il fuoco di emozioni che le guida fin da bambine, ma si ritrovano, a seconda dell’ambiente familiare e del contesto, a prendere due strade predominanti: o la strada ribelle e potenzialmente pericolosa, o quella dell’annullarsi in virtù di una pace fittizia che permetta loro di non collassare nel mondo che non le contiene. Quindi, da una parte, l’eccesso che esce dai bordi, che sbraga e rischia, dall’altra l’implosione, che scarnifica dall’interno.

O rompi le regole e sfidi tutto, anche l’impossibile, oppure obbedisci a tutto, dal capo presunto ai dogmi assunti per inerzia.

In entrambi i casi dietro c’è un bisogno di riconoscimento.

Ma focalizzandomi sul pensiero rigido, penso che sia la parte peggiore della medaglia. Perché chi “sfida il sistema”, se sopravvive alla fase critica, poi riesce a trovare un proprio equilibrio, grosso modo. Ma chi non rompe mai nulla, rimane imprigionata nella routine perpetua del “nulla accade, se non dentro me stessa”. Spettatrici passive della propria vita, lasciandosi vivere dagli altri, osservandosi come da dietro un vetro, facendo propri codici e paletti pensando possano contenere l’infinito e oltre. Ma sanno, queste persone, che non è così. Quel turbinio di emozioni inespresse finisce per restare congelato, apparentemente morte, ma la verità è che sono vive e, sicuramente, arriverà qualcosa o qualcuno a ricordarlo.

“Sei ancora viva”

“Non sei un automa del sistema”

“Chi ti governa, non sa chi sei”

E sussurrano frasi che dicono “liberati” e “esci da lì”. Ma non ci riesci. Senti che sei senza struttura e hai timore di perdere un pezzo dopo l’altro mentre provi a spostarti, come se fossi stata ferma talmente tanto da rischiare di non poter governare le tue stesse braccia, le tue stesse gambe, come se fossi stata manovrata da fuori, un burattino sociale in mano altrui. E mani che nemmeno sanno di averti avuto in pugno. Che se poi mollano la presa, tu cadi e ti chiedi “dove sono finiti tutti” e “ditemi cosa posso fare ora”.

E quando senti l’eco del non essere ascoltata, capisci che era solo un’illusione.

Questo può generare panico. Ovvio. Ma può anche essere un passaggio necessario.

È un po’ come sbarcare su un pianeta nuovo, il proprio. Piano piano si muovono i primi passi, incerti, ma senz’altro, pochi metri più in là, si scorgerà qualcuno dello stesso luogo pronto ad accoglierti e dirti “finalmente sei qui, ti aspettavo”.

Fa molta paura, chiaro, ma è l’unica strada possibile.

E tu la vuoi la libertà, giusto? Fare, finalmente, quello che vuoi.

È sano. È un momento catartico, per chi si è sempre negato la libertà di cui aveva un pulsante bisogno.

E scoprire che qualcuno è dall’altra parte dei binari, pronta ad abbracciarti, fa capire che non è mai troppo tardi per prendere per mano se stesse e darsi l’ascolto di cui si avrebbe sempre avuto bisogno.

 


 

 

 

 

 

Sentirsi inadeguati

L’incombenza del sentirsi difettosi.

Parliamo dell’oscurità che alcune persone sentono di portarsi dentro, soprattutto gli ipersensibili, i PAS e, in generale, molte persone neurodivergenti. Questo può riguardare tutti, ovvio, ma mi concentro su questo punto di vista, quello di chi è nello spettro o in zone affini.

Accade che, lentamente, il non sentirsi “a posto” possa portare a difendersi. Questo, in modo graduale, finisce per diventare un processo che rischia di far identificare qualcuno come “stronzo”, reattivo, impossibile, imprevedibile o, semplicemente, “disturbato”.

Mille etichette che la gente tende ad appiccicarci addosso quando non capisce il perché dietro a certi comportamenti. Un ciclo che finisce per autoalimentarsi.

Ricordo molto bene quando io stessa mi sentivo “tossica”, perché ci sono stati periodi in cui, sovraccaricandomi spesso, sia emotivamente che sensorialmente, finivo per “smattare”. Agli altri arriva una persona che, per motivi ignoti, tende a perdere la testa. Ma dietro c’è un’enorme difficoltà a farsi capire, o a capirsi per primi.

Le pressioni sociali mal elaborate finiscono per portare un adolescente neurodivergente a chiudersi, finché non sa come funziona e, negli anni ‘90, nessuno di noi veniva diagnosticato, a meno che non si trattasse di autismo “classico”.

Questo portava la situazione del costante senso di esclusione, il sentirsi sbagliati, fuori posto, goffi, fuori sincrono. In alcuni casi portando all’isolamento, in altri all’estrema reattività sociale, rischiando anche di finire nel tastare concretamente pericoli reali (droga, “cattive compagnie”, eccessi e abusi di vario tipo).

Fuori controllo ad alto profilo, per rabbia, una ribellione data dal non sentirsi aderenti alle richieste sociali, oppure intimamente, nella propria sfera privata, lontano da tutti. Oppure entrambe le cose. 

O un'adolescenza vissuta all'eccesso oppure non vissuta del tutto.

Questo porta ad interiorizzare un’idea di sé come persone “sbagliate”, difettose, fino al poter arrivare a sentirsi indegni.

Spesso, chi è nello spettro o ha delle atipicità, arriva da famiglie che, a loro volta, presentano caratteristiche simili in almeno uno dei due genitori, se non in tutti e due. Questa mal conoscenza di un tempo, ha portato molti adulti di oggi a non sapere né come né perché la loro vita sia finita per essere un apparente eterno effetto domino di distruzione delle relazioni sociali.

Spesso viene, quasi indelebilmente, affibbiata l’etichetta di persona problematica, stronza, distaccata, anaffettiva, supponente, arrogante o altezzosa. Tutte etichette che non rappresentano la realtà, ma soltanto delle maschere difensive che si sono create strato dopo strato, incomprensione dopo incomprensione. Fino a rischiare di perdere se stessi.

E quindi, quando qualcuno ci dice che sta male per dei nostri comportamenti, possiamo viverla non come “io sono talmente importante per questa persona da avere un impatto forte sul suo stato d’animo” ma piuttosto come “sono talmente tossica e distruttiva che faccio solo male agli altri, distruggo tutto ciò che tocco”.

E questo può diventare devastante e alimentare ancora comportamenti distruttivi, in un circolo vizioso pericoloso, che invece di aprirci all’amore dell’altro, ci porta a far del male proprio per paura di far del male.

L’immagine di sé che si è strutturata, probabilmente, già dall’infanzia, si stratifica e cementifica in questa terrificante idea di sé. La condanna definitiva: non sono degna del tuo amore, perciò distruggo tutto, tanto so già che ti farò del male o me ne farai tu.

Ci si può sentire fuori controllo quando le emozioni sono troppo forti. Incapaci di prevedere dove le reazioni porteranno. Ogni scatto di rabbia, ogni meltdown, ci condannano ancora più verso gli inferi di noi stesse.

Ma c’è una soluzione. Capire il meccanismo e iniziare a scardinarlo dall’interno.

Perché tu non sei cosa ti hanno rimandato gli altri, che vedevano solo la facciata difensiva, non il nucleo sottostante. Tu sei quel nucleo, laggiù c’è la luce, va solo fatta emergere.
E come? Fidandosi di chi riesce a vedere oltre a quel muro. Chi ci riesce, merita una possibilità. Perché poi si finisce per chiudersi e non essere in grado di chiedere aiuto, pensando di essere sole. Nessuno è davvero solo, c’è sempre qualcuno che può capirci, come dicevo nello scorso post, qualcuno che può risuonare.

C’è. Gli incontri non sono mai casuali. A volte una persona arriva in un determinato momento per permetterci di vedere attraverso uno specchio ciò che siamo, le trappole in cui siamo cadute, le origini, la possibilità di riemergere e poter tornare, o iniziare, a splendere davvero. Finalmente compresi e riconosciuti.

Perché quello tsunami emotivo ha diritto di uscire. Di essere compreso e non giudicato. Solo così si può iniziare ad avere cura di se stesse e non più aver paura di distruggere tutto ciò che ci tocca, soltanto perché tutto ciò che ci ha toccato in passato ha rischiato di distruggerci.

La via di uscita esiste, basta solo seguire i segnali e andare in quella direzione.




Nella mente di una persona neurodivergente

Esistono due forme di reazione emotiva al post-apocalisse dato dalle incomprensioni o i sovraccarichi.

Questo è quello che sto vivendo e ho vissuto io in tutti questi anni di vita terrena.

Spesso, le persone neurodivergenti si attirano come calamite. Ovvio. Ci si ricerca, a volte inconsciamente, tra la folla che non ci capisce e non ci raggiunge. In un mondo in cui ci si sente sole e soli, questa è l’unica speranza di recupero del proprio centro nel mondo.

Ma non è affatto facile. Per quanto riguarda la mia esperienza, capita che, molte volte, l’essere profondamente emotive possa portare a non regolarsi a vicenda. Una persona non si regola da una parte, l’altra dal suo lato. Quindi il rischio potenziale può diventare un meltdown reciproco. Parlando di neurodivergenza, ci si può anche riferire a persone ipersensibili, i cosiddetti PAS (persone altamente sensibili).

Quindi, sia che si tratti di Asperger, sia che si tratti di PAS, si rimane comunque nella neurodivergenza, perché si funziona diversamente dalla media. Spesso si è come senza pelle, con una struttura che non è sempre solida, perché costruita su fondamenta che non risuonano con la nostra parte più profonda e vitale.

Tutto è quasi sempre stato un processo di adattamento, fin dall’infanzia.

Come tentare di infilarsi a forza scarpe troppo strette.

Ed è ovvio ricercarsi, è anche un meccanismo di sopravvivenza. Ma il punto critico è che questo incontro avviene su un terreno “ostile”, uno spazio di vita che è stato costruito su una base diversa dal proprio sentire.

Quindi si gioca nella stessa squadra, ma in campo “nemico”. Come sotto sorveglianza, i passi si muovono incerti, misurati, sempre in allerta, la solita, quella che ci ha permesso di tentare, molte volte, di proteggerci in modo quasi “disperato”, annaspando in un mondo che va stretto e ci stritola.

Giochiamo con carte non nostre, tentando di far quadrare i conti. E rischiamo di far cadere chi ci risuona davvero sotto il “fuoco amico”. Assurdo, no?

Riconoscersi per poi farsi la guerra.

Pensando “anche tu mi fraintenderai, alla fine, non posso fidarmi nemmeno di te”.

Ma non è così. Il problema è il campo ostile, non noi, che andiamo naturalmente verso ciò che ci farebbe stare bene.

Questa è una trappola che può rivelarsi micidiale, se non ci si centra su se stesse. Ed è quello che ci serve davvero per non restare isolate dentro la nostra differenza dalla maggioranza intorno a noi.

Trovarsi è l’unica ancora, la sola salvezza in un mondo che condanna chi è neurodivergente al continuo sospetto, perché si è fatta troppe volte esperienza di non essere capite, di accuse infondate, basate su elaborazioni per noi distorte, perché tarate su funzionamenti differenti dal nostro.

Io, dal mio piccolo spazio nel mondo, ho deciso di non cedere mai alla difesa estrema. Voglio essere me, mai perdermi nella sopravvivenza disperata “attacco-fuga” perché mi riduco ad attaccare prima di poter essere colpita. E se vengo attaccata, come da un gatto selvatico che non riesce a fidarsi di nessuno, poi resto ferma e aspetto che mi osservi meglio, magari un po’ più da lontano, e capisca che di me poteva fidarsi.

Non voglio perdere me stessa, questo è l’unico regalo che posso farmi in questa società che mi tiene, mio malgrado, ai margini per non espormi troppo.

Sto qui. Se arriva una persona che percepisco simile e poi si spaventa, perché non riesce a rimanere centrata sul suo reale sentire, ma si fa guidare dalle sovrastrutture difensive che ha dovuto creare per non sentirsi troppo vulnerabile, io resto qui, sperando che capisca che non vale la pena distruggere tutto.

Perché da soli si è più fragili, ma insieme a chi risuona davvero con noi, si può anche diventare “invincibili” e vivere le proprie emozioni non più come se fossero pericolose. Deporre le armi, stare nello spazio sicuro con qualcuno che non ha mai raccolto nemmeno un sassolino da scagliare contro di noi. Finalmente trovando la pace, quella dell’anima.

 



Nel mezzo del cammin di nostra vita... dove vado?

Mondo Aspie vs Mondo Neurotipico

Il confine è sottile, oppure, talvolta no? Difficile da dire.

Spesso sorgono spontanee le domande “come mi devo comportare?”. Perché si è precocemente fatta esperienza del sentirsi inopportuni. Il rischio è perdersi. Ma mi domando “la persona autistica è perennemente alla ricerca di un’identità sociale perché ha una struttura più labile, oppure, perché il proprio modo d’essere è stato talmente tanto frainteso, fin dalle origini, da averci reso diffidenti e confusi, come in una sorta di perenne PTSD da relazioni?”

Io sarei incline a optare per la seconda parte, ovvero quella del disturbo post traumatico perpetuo da relazioni. Questa frase interiorizzata “come mi devo comportare?” o anche “cosa si aspettano che faccia?” può portare a due possibili scenari evolutivi e mi focalizzo sulle donne, in questo momento.

Nel primo scenario, la bambina che si sentiva spesso non compresa o inopportuna, si struttura più possibile nei primi binari disponibili a farla sentire accettata, spesso non riuscendo quasi più ad uscirne e, di conseguenza, sentendosi sempre più oppressa crescendo e perdendo gradualmente di vista la propria vera natura.

Nel secondo scenario, il non sentirsi comprese o la sensazione di mettersi “in ridicolo” o non essere considerate “opportune” fin da bambine porta alcune ad arrivare al fatidico punto del “ah sì? Allora sfido le regole e visto che non mi sento accettata, sarò io a non accettare voi”. Di conseguenza, crescendo, ci si può avvicinare facilmente a persone che, per un motivo o per l’altro, vengono percepite come “diverse” o “escluse” dalla società e le sue regole più o meno esplicite. Alcuni non seguono i dettami sociali perché non li sanno decodificare, altri perché non li accettano, alcuni per un mix di motivi e poi c’è anche chi proprio non ne ha quasi percezione. Si finisce, quindi, per aggregarsi creando minestroni sotto-sociali di disagio in cui si spera di trovare un proprio posto nel mondo.

Apparentemente la seconda categoria se la passa meglio, forse, perché non pare che rimanga intrappolata, ma la verità è che ci rimane eccome, solo diversamente. Mentre nel primo scenario, la donna ormai adulta si è costruita un entourage che, con molta probabilità, le appartiene poco ma si sforza di essere “uguale” e ben incastrata nelle dinamiche studiate a memoria, nel secondo scenario la donna adulta si potrebbe ritrovare persa nei meandri confusivi delle mille esperienze accumulate, quasi a casaccio, durante le quali cercava disperatamente se stessa e qualcuno che coincidesse con i propri pezzi mancanti o perduti.

Capita anche che questi due scenari possano incontrarsi, nel futuro adulto, e sentirsi attratti reciprocamente, perché dietro queste strade apparentemente opposte, si nasconde un cuore pulsante comune: il senso di inadeguatezza.

Non è una prerogativa delle donne nello spettro autistico, può riguardare anche coloro che sono ipersensibili (cosiddette PAS – persone altamente sensibili).

In ogni caso ci si ritrova ad un certo punto della propria storia di vita in cui tutto questo diventa troppo. Bisogna sistemarlo. E come?

Nel primo caso occorre un lavoro di autoconsapevolezza, in primis, e di riconoscimento di tutta questa dinamica di forzata integrazione prolungata nel tempo. Se non si parte da questo passaggio, non si può fare nient’altro dopo.

Nel secondo caso (che poi è quello a me affine) penso sia necessario fermarsi e chiedersi “chi sono davvero io?” e smettere di cercarsi freneticamente saltando da un’esperienza all’altra, ma avendo il coraggio di fare lo step successivo alla ricerca spasmodica di sé attraverso gli altri. E questo passo è “ora mi focalizzo su di me, su cosa sento io e mi scopro davvero, oltre ai traumi e gli irrisolti che son già stati portati alla luce”.

Spesso ci si nasconde dietro ai propri traumi, ci si identifica con le proprie infanzie. Il problema è: chi si affronta “troppo”, paradossalmente, rischia poi anche di identificarsi con quello che è emerso e di rimanere successivamente impantanata in un’idea di sé (quella che ne ha passate tante, la sopravvissuta, la coraggiosa, l’ipersensibile e via dicendo).

Credo che il primo gruppo, quello delle donne che si irrigidiscono e stratificano dentro ruoli che danno l’illusione di contenerle, tendano a interrogarsi poco sulla propria vita interiore, a differenza delle “ribelli” che finiscono addirittura per identificarsi troppo con il proprio viaggio interiore e il lavoro su di sé. Avviene un po’ il contrario, ovvero non “conoscere se stesse” ma “dimenticarsi di sé per non rischiare di domandarsi qualcosa che rischierebbe di farle deragliare dai binari”.

Ma è invece fondamentale arrivare a quel punto di snodo in cui il deragliamento è necessario e serve a recuperare il contatto perso con se stesse, per non rischiare di non potersi più trovare e questo, inoltre, porterebbe il corpo a reagire rischiando di ammalarsi seriamente (vedasi le varie malattie autoimmuni, ma qui si sfocia nella medicina olistica ed è un argomento che merita un approfondimento a parte).

Quindi, in conclusione, quando ci si ritrova “nel mezzo del cammin di nostra vita” come diceva Dante, bisogna mettere mano a se stesse.

Rimandare sarebbe un grave errore, perché si rischierebbe di non ritrovarsi più.

 

 

A volte le emozioni possono essere troppo intense e ci si può sentire sopraffatte. Credo sia importante prendersi il proprio tempo e sapere ...