Distorsione cognitiva, paranoia & ansia

Questo è un tema molto doloroso e complesso per chi è nello spettro autistico e zone affini (PAS). Mi ha riguardato, in passato, ma ha riguardato di più persone a me molto vicine.

Esiste il disturbo paranoide di personalità, ma qui parlo di qualcosa che è nell’anticamera. In sostanza credo si tratti di uno stato di PTSD (Post Traumatic Stress Disorder). Il cosiddetto “disturbo post-traumatico da stress” di cui molte persone neurodivergenti, purtroppo, soffrono in maniera costante. Mentre per i neurotipici il PTSD è la conseguenza di qualcosa di grave avvenuto, per le persone autistiche può diventare una costante.

Perché questo?

Perché la persona autistica o PAS vive in uno stato continuo di stress fin dai primi anni di vita, dato che la società è tarata sul funzionamento neurotipico. Le percezioni, la decodificazione della realtà, le relazioni… per una persona nello spettro autistico è tutto diverso, quindi è come crescere in “cattività”.

Questo, anno dopo anno, accumulandosi, può portare a distorcere la realtà e sviluppare un vero e proprio disturbo paranoide (in alcuni casi) e altre comorbidità psichiatriche dovute a diagnosi sbagliate. Ma concentrandosi sul PTSD e la paranoia associata, questo induce la persona che ne soffre a perdere, gradualmente, il contatto con la realtà che la circonda. Si iniziano a vedere, fraintendimento dopo fraintendimento, insidie ovunque, fregature, intenzioni presunte. E si può arrivare a meltdown, reazioni smodate, perdita del controllo e desiderio distruttivo e autolesionista. Non capire, non sentire sicurezza, può mandare il cervello in stato costante di tilt, perennemente attivo e reattivo ad ogni colpo di tosse che ci sembra un messaggio in codice contro di noi.

In sostanza, il non parlare lo stesso linguaggio delle persone intorno a noi, decodificare l’ambiente con maggiore intensità, non comprendere istintivamente il linguaggio non verbale, ma dovendolo acquisire, si finisce per sospettare di tutto. Da adulti, se non si lavora su questi aspetti e non ci si riconosce come neurodivergenti, l’impatto sulla propria vita può essere devastante.

La confusione regna sovrana e il sovraccarico emotivo e cognitivo pure.

Ci si sente come pesci che stanno per morire di asfissia e, quando qualcuno prova davvero ad aiutarci e proteggerci, si finisce per prendersela con l’acqua che ci viene data e non vedere che è una mano tesa verso di noi.

Si arriva a non fidarsi più di nessuno, avere sospetti continui e fare processi sistematici alle intenzioni presunte, senza capire, se non troppo tardi, di essersi sbagliati.

A me sta capitando ora. Io ho vissuto questo stato d’animo anni fa, so cosa vuol dire, so cosa vuol dire anche adesso, in parte. Io ho teso una mano, onestamente, volendo proteggere, ma sono stata fraintesa, di nuovo, e da una persona probabilmente simile a me.

Questa società ci ha reso nemiche, quando siamo una lo specchio dell’altra. E per questo bisogna continuare a parlarne, continuare a dire che non funzioniamo tutti allo stesso modo. Continuare a incoraggiare le persone a studiare se stesse, indagarsi, conoscersi. Perché è fondamentale per non rischiare di perdere chi si è e non trovare più la bussola.

Per questo qui sotto metterò i link ai test di Neuroscapes:

https://www.neuroscapes.org/

Se avete dei dubbi, fateli. Psicanalizzarsi può fare paura, lo capisco, ma credo sia più spaventoso non avere più il controllo di sé, della propria vita, delle emozioni e del male che si può arrivare a fare a se stessi e agli altri, distruggendo tutto intorno a sé per paura e l’incomprensione costante che si è sentito di vivere da praticamente sempre.

So cosa vuol dire. Ti prego, tu che leggi, ascoltami.

Abituati a non fidarsi più, non si possono cogliere nemmeno le intenzioni oneste, e questo penso sia lacerante più per chi lo vive che per chi lo subisce; perché, in fondo, una persona PAS o autistica “sente” quando davanti a lei qualcosa risuona davvero.

Bisogna “soltanto” abbassare il livello di ansia e per farlo, bisogna imparare a capire come si funziona.

 




 

 

Dall'altra parte dello "spettro"

Provo ad addentrarmi in questa analisi, anche se mi riguarda lateralmente, nel senso che ho vissuto più per osmosi questa rigidità, piuttosto che averla fatta mia.

Ricollegandomi al post sui due tipi di autismo prevalenti nelle ragazze e nelle donne, perché si parla tanto di autismo al maschile e poco di quello femminile, allego qui sotto direttamente un link del dottor Attwood che ne parla in modo molto chiaro e sintetico.

https://www.youtube.com/watch?v=NZcDbPB-aA0

Inoltre, rimando al libro “Aspiegirls” di Rudy Simone.

Quello che penso io e ho vissuto è questo: il dottor Keller, che mi diagnosticò nel 2013, mi disse che, nell’anamnesi familiare che avevamo fatto, risultava evidente che mia nonna potesse avere a che fare con il fenotipo asperger della donna rigida. Possibile e, dato che l’autismo è genetico, probabile.

Analizzando lei, visto che domani cade anche il giorno della sua nascita, posso dire che quei binari così rigidi che l’avevano intrappolata per oltre ottant’anni - di cui lei aveva iniziato a parlare, probabilmente, proprio gli ultimi anni - sono stati qualcosa che l’ha oppressa all’inverosimile e che le hanno impedito di prendersi lo spazio che voleva avere nel mondo. Anche solo avere una cartoleria, posto che riuscii a gestire pochi anni, per poi sentirsi dire dall’autorità patriarcale del marito che non era adatto a lei, in quanto madre, quindi che non avrebbe dovuto lavorare. Figlia di altri tempi, certo, ma con un’energia di fondo inespressa.

Questo mi viene da pensare, a riguardo. Molte donne nello spettro, hanno dentro il fuoco di emozioni che le guida fin da bambine, ma si ritrovano, a seconda dell’ambiente familiare e del contesto, a prendere due strade predominanti: o la strada ribelle e potenzialmente pericolosa, o quella dell’annullarsi in virtù di una pace fittizia che permetta loro di non collassare nel mondo che non le contiene. Quindi, da una parte, l’eccesso che esce dai bordi, che sbraga e rischia, dall’altra l’implosione, che scarnifica dall’interno.

O rompi le regole e sfidi tutto, anche l’impossibile, oppure obbedisci a tutto, dal capo presunto ai dogmi assunti per inerzia.

In entrambi i casi dietro c’è un bisogno di riconoscimento.

Ma focalizzandomi sul pensiero rigido, penso che sia la parte peggiore della medaglia. Perché chi “sfida il sistema”, se sopravvive alla fase critica, poi riesce a trovare un proprio equilibrio, grosso modo. Ma chi non rompe mai nulla, rimane imprigionata nella routine perpetua del “nulla accade, se non dentro me stessa”. Spettatrici passive della propria vita, lasciandosi vivere dagli altri, osservandosi come da dietro un vetro, facendo propri codici e paletti pensando possano contenere l’infinito e oltre. Ma sanno, queste persone, che non è così. Quel turbinio di emozioni inespresse finisce per restare congelato, apparentemente morte, ma la verità è che sono vive e, sicuramente, arriverà qualcosa o qualcuno a ricordarlo.

“Sei ancora viva”

“Non sei un automa del sistema”

“Chi ti governa, non sa chi sei”

E sussurrano frasi che dicono “liberati” e “esci da lì”. Ma non ci riesci. Senti che sei senza struttura e hai timore di perdere un pezzo dopo l’altro mentre provi a spostarti, come se fossi stata ferma talmente tanto da rischiare di non poter governare le tue stesse braccia, le tue stesse gambe, come se fossi stata manovrata da fuori, un burattino sociale in mano altrui. E mani che nemmeno sanno di averti avuto in pugno. Che se poi mollano la presa, tu cadi e ti chiedi “dove sono finiti tutti” e “ditemi cosa posso fare ora”.

E quando senti l’eco del non essere ascoltata, capisci che era solo un’illusione.

Questo può generare panico. Ovvio. Ma può anche essere un passaggio necessario.

È un po’ come sbarcare su un pianeta nuovo, il proprio. Piano piano si muovono i primi passi, incerti, ma senz’altro, pochi metri più in là, si scorgerà qualcuno dello stesso luogo pronto ad accoglierti e dirti “finalmente sei qui, ti aspettavo”.

Fa molta paura, chiaro, ma è l’unica strada possibile.

E tu la vuoi la libertà, giusto? Fare, finalmente, quello che vuoi.

È sano. È un momento catartico, per chi si è sempre negato la libertà di cui aveva un pulsante bisogno.

E scoprire che qualcuno è dall’altra parte dei binari, pronta ad abbracciarti, fa capire che non è mai troppo tardi per prendere per mano se stesse e darsi l’ascolto di cui si avrebbe sempre avuto bisogno.

 


 

 

 

 

 

Sentirsi inadeguati

L’incombenza del sentirsi difettosi.

Parliamo dell’oscurità che alcune persone sentono di portarsi dentro, soprattutto gli ipersensibili, i PAS e, in generale, molte persone neurodivergenti. Questo può riguardare tutti, ovvio, ma mi concentro su questo punto di vista, quello di chi è nello spettro o in zone affini.

Accade che, lentamente, il non sentirsi “a posto” possa portare a difendersi. Questo, in modo graduale, finisce per diventare un processo che rischia di far identificare qualcuno come “stronzo”, reattivo, impossibile, imprevedibile o, semplicemente, “disturbato”.

Mille etichette che la gente tende ad appiccicarci addosso quando non capisce il perché dietro a certi comportamenti. Un ciclo che finisce per autoalimentarsi.

Ricordo molto bene quando io stessa mi sentivo “tossica”, perché ci sono stati periodi in cui, sovraccaricandomi spesso, sia emotivamente che sensorialmente, finivo per “smattare”. Agli altri arriva una persona che, per motivi ignoti, tende a perdere la testa. Ma dietro c’è un’enorme difficoltà a farsi capire, o a capirsi per primi.

Le pressioni sociali mal elaborate finiscono per portare un adolescente neurodivergente a chiudersi, finché non sa come funziona e, negli anni ‘90, nessuno di noi veniva diagnosticato, a meno che non si trattasse di autismo “classico”.

Questo portava la situazione del costante senso di esclusione, il sentirsi sbagliati, fuori posto, goffi, fuori sincrono. In alcuni casi portando all’isolamento, in altri all’estrema reattività sociale, rischiando anche di finire nel tastare concretamente pericoli reali (droga, “cattive compagnie”, eccessi e abusi di vario tipo).

Fuori controllo ad alto profilo, per rabbia, una ribellione data dal non sentirsi aderenti alle richieste sociali, oppure intimamente, nella propria sfera privata, lontano da tutti. Oppure entrambe le cose. 

O un'adolescenza vissuta all'eccesso oppure non vissuta del tutto.

Questo porta ad interiorizzare un’idea di sé come persone “sbagliate”, difettose, fino al poter arrivare a sentirsi indegni.

Spesso, chi è nello spettro o ha delle atipicità, arriva da famiglie che, a loro volta, presentano caratteristiche simili in almeno uno dei due genitori, se non in tutti e due. Questa mal conoscenza di un tempo, ha portato molti adulti di oggi a non sapere né come né perché la loro vita sia finita per essere un apparente eterno effetto domino di distruzione delle relazioni sociali.

Spesso viene, quasi indelebilmente, affibbiata l’etichetta di persona problematica, stronza, distaccata, anaffettiva, supponente, arrogante o altezzosa. Tutte etichette che non rappresentano la realtà, ma soltanto delle maschere difensive che si sono create strato dopo strato, incomprensione dopo incomprensione. Fino a rischiare di perdere se stessi.

E quindi, quando qualcuno ci dice che sta male per dei nostri comportamenti, possiamo viverla non come “io sono talmente importante per questa persona da avere un impatto forte sul suo stato d’animo” ma piuttosto come “sono talmente tossica e distruttiva che faccio solo male agli altri, distruggo tutto ciò che tocco”.

E questo può diventare devastante e alimentare ancora comportamenti distruttivi, in un circolo vizioso pericoloso, che invece di aprirci all’amore dell’altro, ci porta a far del male proprio per paura di far del male.

L’immagine di sé che si è strutturata, probabilmente, già dall’infanzia, si stratifica e cementifica in questa terrificante idea di sé. La condanna definitiva: non sono degna del tuo amore, perciò distruggo tutto, tanto so già che ti farò del male o me ne farai tu.

Ci si può sentire fuori controllo quando le emozioni sono troppo forti. Incapaci di prevedere dove le reazioni porteranno. Ogni scatto di rabbia, ogni meltdown, ci condannano ancora più verso gli inferi di noi stesse.

Ma c’è una soluzione. Capire il meccanismo e iniziare a scardinarlo dall’interno.

Perché tu non sei cosa ti hanno rimandato gli altri, che vedevano solo la facciata difensiva, non il nucleo sottostante. Tu sei quel nucleo, laggiù c’è la luce, va solo fatta emergere.
E come? Fidandosi di chi riesce a vedere oltre a quel muro. Chi ci riesce, merita una possibilità. Perché poi si finisce per chiudersi e non essere in grado di chiedere aiuto, pensando di essere sole. Nessuno è davvero solo, c’è sempre qualcuno che può capirci, come dicevo nello scorso post, qualcuno che può risuonare.

C’è. Gli incontri non sono mai casuali. A volte una persona arriva in un determinato momento per permetterci di vedere attraverso uno specchio ciò che siamo, le trappole in cui siamo cadute, le origini, la possibilità di riemergere e poter tornare, o iniziare, a splendere davvero. Finalmente compresi e riconosciuti.

Perché quello tsunami emotivo ha diritto di uscire. Di essere compreso e non giudicato. Solo così si può iniziare ad avere cura di se stesse e non più aver paura di distruggere tutto ciò che ci tocca, soltanto perché tutto ciò che ci ha toccato in passato ha rischiato di distruggerci.

La via di uscita esiste, basta solo seguire i segnali e andare in quella direzione.




Nella mente di una persona neurodivergente

Esistono due forme di reazione emotiva al post-apocalisse dato dalle incomprensioni o i sovraccarichi.

Questo è quello che sto vivendo e ho vissuto io in tutti questi anni di vita terrena.

Spesso, le persone neurodivergenti si attirano come calamite. Ovvio. Ci si ricerca, a volte inconsciamente, tra la folla che non ci capisce e non ci raggiunge. In un mondo in cui ci si sente sole e soli, questa è l’unica speranza di recupero del proprio centro nel mondo.

Ma non è affatto facile. Per quanto riguarda la mia esperienza, capita che, molte volte, l’essere profondamente emotive possa portare a non regolarsi a vicenda. Una persona non si regola da una parte, l’altra dal suo lato. Quindi il rischio potenziale può diventare un meltdown reciproco. Parlando di neurodivergenza, ci si può anche riferire a persone ipersensibili, i cosiddetti PAS (persone altamente sensibili).

Quindi, sia che si tratti di Asperger, sia che si tratti di PAS, si rimane comunque nella neurodivergenza, perché si funziona diversamente dalla media. Spesso si è come senza pelle, con una struttura che non è sempre solida, perché costruita su fondamenta che non risuonano con la nostra parte più profonda e vitale.

Tutto è quasi sempre stato un processo di adattamento, fin dall’infanzia.

Come tentare di infilarsi a forza scarpe troppo strette.

Ed è ovvio ricercarsi, è anche un meccanismo di sopravvivenza. Ma il punto critico è che questo incontro avviene su un terreno “ostile”, uno spazio di vita che è stato costruito su una base diversa dal proprio sentire.

Quindi si gioca nella stessa squadra, ma in campo “nemico”. Come sotto sorveglianza, i passi si muovono incerti, misurati, sempre in allerta, la solita, quella che ci ha permesso di tentare, molte volte, di proteggerci in modo quasi “disperato”, annaspando in un mondo che va stretto e ci stritola.

Giochiamo con carte non nostre, tentando di far quadrare i conti. E rischiamo di far cadere chi ci risuona davvero sotto il “fuoco amico”. Assurdo, no?

Riconoscersi per poi farsi la guerra.

Pensando “anche tu mi fraintenderai, alla fine, non posso fidarmi nemmeno di te”.

Ma non è così. Il problema è il campo ostile, non noi, che andiamo naturalmente verso ciò che ci farebbe stare bene.

Questa è una trappola che può rivelarsi micidiale, se non ci si centra su se stesse. Ed è quello che ci serve davvero per non restare isolate dentro la nostra differenza dalla maggioranza intorno a noi.

Trovarsi è l’unica ancora, la sola salvezza in un mondo che condanna chi è neurodivergente al continuo sospetto, perché si è fatta troppe volte esperienza di non essere capite, di accuse infondate, basate su elaborazioni per noi distorte, perché tarate su funzionamenti differenti dal nostro.

Io, dal mio piccolo spazio nel mondo, ho deciso di non cedere mai alla difesa estrema. Voglio essere me, mai perdermi nella sopravvivenza disperata “attacco-fuga” perché mi riduco ad attaccare prima di poter essere colpita. E se vengo attaccata, come da un gatto selvatico che non riesce a fidarsi di nessuno, poi resto ferma e aspetto che mi osservi meglio, magari un po’ più da lontano, e capisca che di me poteva fidarsi.

Non voglio perdere me stessa, questo è l’unico regalo che posso farmi in questa società che mi tiene, mio malgrado, ai margini per non espormi troppo.

Sto qui. Se arriva una persona che percepisco simile e poi si spaventa, perché non riesce a rimanere centrata sul suo reale sentire, ma si fa guidare dalle sovrastrutture difensive che ha dovuto creare per non sentirsi troppo vulnerabile, io resto qui, sperando che capisca che non vale la pena distruggere tutto.

Perché da soli si è più fragili, ma insieme a chi risuona davvero con noi, si può anche diventare “invincibili” e vivere le proprie emozioni non più come se fossero pericolose. Deporre le armi, stare nello spazio sicuro con qualcuno che non ha mai raccolto nemmeno un sassolino da scagliare contro di noi. Finalmente trovando la pace, quella dell’anima.

 



Nel mezzo del cammin di nostra vita... dove vado?

Mondo Aspie vs Mondo Neurotipico

Il confine è sottile, oppure, talvolta no? Difficile da dire.

Spesso sorgono spontanee le domande “come mi devo comportare?”. Perché si è precocemente fatta esperienza del sentirsi inopportuni. Il rischio è perdersi. Ma mi domando “la persona autistica è perennemente alla ricerca di un’identità sociale perché ha una struttura più labile, oppure, perché il proprio modo d’essere è stato talmente tanto frainteso, fin dalle origini, da averci reso diffidenti e confusi, come in una sorta di perenne PTSD da relazioni?”

Io sarei incline a optare per la seconda parte, ovvero quella del disturbo post traumatico perpetuo da relazioni. Questa frase interiorizzata “come mi devo comportare?” o anche “cosa si aspettano che faccia?” può portare a due possibili scenari evolutivi e mi focalizzo sulle donne, in questo momento.

Nel primo scenario, la bambina che si sentiva spesso non compresa o inopportuna, si struttura più possibile nei primi binari disponibili a farla sentire accettata, spesso non riuscendo quasi più ad uscirne e, di conseguenza, sentendosi sempre più oppressa crescendo e perdendo gradualmente di vista la propria vera natura.

Nel secondo scenario, il non sentirsi comprese o la sensazione di mettersi “in ridicolo” o non essere considerate “opportune” fin da bambine porta alcune ad arrivare al fatidico punto del “ah sì? Allora sfido le regole e visto che non mi sento accettata, sarò io a non accettare voi”. Di conseguenza, crescendo, ci si può avvicinare facilmente a persone che, per un motivo o per l’altro, vengono percepite come “diverse” o “escluse” dalla società e le sue regole più o meno esplicite. Alcuni non seguono i dettami sociali perché non li sanno decodificare, altri perché non li accettano, alcuni per un mix di motivi e poi c’è anche chi proprio non ne ha quasi percezione. Si finisce, quindi, per aggregarsi creando minestroni sotto-sociali di disagio in cui si spera di trovare un proprio posto nel mondo.

Apparentemente la seconda categoria se la passa meglio, forse, perché non pare che rimanga intrappolata, ma la verità è che ci rimane eccome, solo diversamente. Mentre nel primo scenario, la donna ormai adulta si è costruita un entourage che, con molta probabilità, le appartiene poco ma si sforza di essere “uguale” e ben incastrata nelle dinamiche studiate a memoria, nel secondo scenario la donna adulta si potrebbe ritrovare persa nei meandri confusivi delle mille esperienze accumulate, quasi a casaccio, durante le quali cercava disperatamente se stessa e qualcuno che coincidesse con i propri pezzi mancanti o perduti.

Capita anche che questi due scenari possano incontrarsi, nel futuro adulto, e sentirsi attratti reciprocamente, perché dietro queste strade apparentemente opposte, si nasconde un cuore pulsante comune: il senso di inadeguatezza.

Non è una prerogativa delle donne nello spettro autistico, può riguardare anche coloro che sono ipersensibili (cosiddette PAS – persone altamente sensibili).

In ogni caso ci si ritrova ad un certo punto della propria storia di vita in cui tutto questo diventa troppo. Bisogna sistemarlo. E come?

Nel primo caso occorre un lavoro di autoconsapevolezza, in primis, e di riconoscimento di tutta questa dinamica di forzata integrazione prolungata nel tempo. Se non si parte da questo passaggio, non si può fare nient’altro dopo.

Nel secondo caso (che poi è quello a me affine) penso sia necessario fermarsi e chiedersi “chi sono davvero io?” e smettere di cercarsi freneticamente saltando da un’esperienza all’altra, ma avendo il coraggio di fare lo step successivo alla ricerca spasmodica di sé attraverso gli altri. E questo passo è “ora mi focalizzo su di me, su cosa sento io e mi scopro davvero, oltre ai traumi e gli irrisolti che son già stati portati alla luce”.

Spesso ci si nasconde dietro ai propri traumi, ci si identifica con le proprie infanzie. Il problema è: chi si affronta “troppo”, paradossalmente, rischia poi anche di identificarsi con quello che è emerso e di rimanere successivamente impantanata in un’idea di sé (quella che ne ha passate tante, la sopravvissuta, la coraggiosa, l’ipersensibile e via dicendo).

Credo che il primo gruppo, quello delle donne che si irrigidiscono e stratificano dentro ruoli che danno l’illusione di contenerle, tendano a interrogarsi poco sulla propria vita interiore, a differenza delle “ribelli” che finiscono addirittura per identificarsi troppo con il proprio viaggio interiore e il lavoro su di sé. Avviene un po’ il contrario, ovvero non “conoscere se stesse” ma “dimenticarsi di sé per non rischiare di domandarsi qualcosa che rischierebbe di farle deragliare dai binari”.

Ma è invece fondamentale arrivare a quel punto di snodo in cui il deragliamento è necessario e serve a recuperare il contatto perso con se stesse, per non rischiare di non potersi più trovare e questo, inoltre, porterebbe il corpo a reagire rischiando di ammalarsi seriamente (vedasi le varie malattie autoimmuni, ma qui si sfocia nella medicina olistica ed è un argomento che merita un approfondimento a parte).

Quindi, in conclusione, quando ci si ritrova “nel mezzo del cammin di nostra vita” come diceva Dante, bisogna mettere mano a se stesse.

Rimandare sarebbe un grave errore, perché si rischierebbe di non ritrovarsi più.

 

 

Neurotipici per scherzo

 


Una delle cose più dolorose dell’essere Asperger per me, ma penso per molti altri, è dovermi mascherare per adeguarmi alla società e alle persone che ho intorno. Vero che lo fanno un po’ tutti, chi più chi meno, penso per il discorso ancestrale del volersi sentire parte del gruppo, perché i primi umani, se si isolavano dagli altri venivano sbranati dagli animali più feroci. Solo che ora non viviamo più nella Preistoria e se ci isoliamo, non ci sbrana nessuno. Anzi, semmai il contrario… perché, mentre si è intenti a fare masking per essere accettati dal gruppo, quello stesso gruppo si nutre, giorno dopo giorno, di pezzetti della nostra anima. E nessuno poi ce la restituisce. Dobbiamo ritornare a noi stessi da soli, prima di perderci completamente.

Capita di fare masking anche con le persone più vicine, magari senza nemmeno esserne troppo consapevoli, da quanto è diventato automatico negli anni. Ad un certo punto, nella nostra vita, smettiamo di essere noi stessi, chi prima e chi dopo. Diciamo che lo sforzo di un asperger per sembrare “come gli altri” è spesso spropositato, in quanto le peculiarità possono essere anche molto diverse dalla media.

Da bambina imitavo perfettamente Spank, il cagnolino bianco con le orecchie nere dei cartoni animati. Mio padre, probabilmente temendo che sarei stata sfottuta all’infinito a scuola, mi impose con la forza di smetterla subito di farlo. In realtà stava già emergendo il mio futuro amore per la recitazione… per fortuna, poi, ho trovato il modo di non reprimere totalmente i miei piccoli talenti.

Ma spesso, successivamente, ho cominciato a adattarmi a ciò che facevano gli altri, per non sentirmi esclusa o, peggio, venire presa in giro, con il risultato di essere perennemente sovraccarica, sensorialmente ed emotivamente. Ad esempio, siccome tutti i miei compagni, o quasi, facevano sport dopo scuola, cominciai anch’io. Ma cambiavo uno sport ogni due mesi, perché mi stancavo all’inverosimile, dopo 8 o 6 ore di attività didattiche sotto i neon che mi laceravano gli occhi e le urla dei compagni che mi trapanavano il cervello, oltre alla perenne lotta per restare seduta ad ascoltare insegnanti, molte volte, demotivati che spiegavano con tono monocorde concetti che non riuscivano a rendere interessanti a una mente iperattiva come la mia. La mia soglia dell’attenzione, da uno a dieci, era spesso intorno al 2 e imparavo le cose a modo mio. Se fissavo l’insegnante in modo intenso, in realtà non stavo ascoltando nemmeno una parola, se invece scarabocchiavo sul libro era molto più probabile che, invece, fossi attenta.

Ultimamente ho smesso anche di andare ai concerti, ad esempio, perché mi sono resa conto che ci andavo controvoglia, solo per stare con gli amici e non deludere quelli più stretti. Siccome non reggevo tutta quella gente, il rumore e le luci, bevevo troppo così ridimensionavo il problema. Crescendo ho cominciato ad usare i tappi, fino a dirmi “ma perché continuo a sforzarmi di fare cose che non voglio fare?”.

Una persona, quando è piccolina, vuole dirti cosa preferisce, quali sono i suoi gusti, per affermare se stessa. Ma se gli aspie, spesso, saltano questo passaggio per adattarsi agli altri, poi che ne sarà di loro?

Che ne sarà di noi?

Negli ultimi anni, infatti, per me è stato un tema centrale quello di voler smettere di nascondermi. Ne sentivo l’esigenza assoluta. E ci sto riuscendo, piano piano ci sto riuscendo. Questo implica che mi stanco molto meno di prima nel fare le cose. Ho imparato e sto imparando a non tradirmi, non camuffarmi, ma semmai omettere. Prima dicevo tutto a tutti, raccontavo cose anche personali facilmente, negli ultimi anni sono gradualmente diventata più selettiva. C’è stato anche un periodo in cui dicevo di essere aspie al lavoro, ma non serviva a nulla, se non ad essere guardata con grossi punti interrogativi (“asperger chi, cosa?”) oppure con ammirazione (del tipo “ah, quindi potete camminare e parlare come noi!”) fino alla reazione apparentemente più bella, ma invece più terribile (“dai, però non si vede che sei asperger!”). L’ultima reazione mi è capitata più volte, persino di sentirmela dire da gente che lavora nel settore… e la mia risposta era “ma perché, secondo te, dovrei essere felice che non si veda? Perché non è certo motivo di vergogna”.

Non si vede che sei asperger, sembri solo strana.

E’ un po’ come andare da un marocchino, che magari è mulatto chiaro, e dirgli “dai, però non si vede che sei africano, sembri solo meridionale”.

Questo era un po’ il punto. Poi, in alcuni casi, chiedevo “ma parli con cognizione di causa?”

“Cioè?”

“Immagino tu sappia cosa sia la neurologia Asperger, dato che mi dici che non si vede”

“Ah… no… cioè… ne ho sentito parlare”

Sottotesto, me l’hai detto per farmi un non richiesto “complimento” a caso.

In conclusione, poi, ci son stati quelli che mi trattavano come un Panda da salvare. Forse, in effetti, sono i peggiori.

A volte mi ci sono pure sentita “Panda da salvare”, quindi è anche causa mia, eh.

Ma la verità è che gli aspie sono diversi. Anche molto. E tutte le mille “stranezze” per il mondo neurotipico, per noi non lo sono. Per me uno che ha stereotipie, non riesce a stare fermo, parla da solo e cammina per casa in modo convulso quando è emozionato, non ti guarda negli occhi in certe situazioni, insegue le farfalle o i gatti, emette suoni, usa le cuffie ovunque o mette gli occhiali da sole anche al buio, crea 20 profili diversi sui social, si immagina di essere qualcun altro, vive nel mondo della fantasia, imita i cartoni animati oppure i film e mille altre cose diverse che ora non mi vengono in mente e, semmai, ancora non conosco… per me semplicemente non è strano. Non ci vedo niente di eccentrico né strano, e questo perché, da sempre, sono andata verso persone neurodivergenti, in un modo o nell’altro. Perché le persone “normali” mi facevano paura.

Poi so che ci sono tante particolarità nei cosiddetti “neurotipici” e ognuno di noi è unico. Esistono anche molti neuro-atipici, alcuni dei quali sono persone a cui tengo. Ma è indubbio che, parlando di noi aspie, il masking sia davvero rischioso. Perché, se fossimo senza filtri, come da bambini, forse rischieremmo di venire bullizzati di nuovo (praticamente chiunque sia nello spettro autistico credo sia stato bullizzato per un periodo; almeno tutti quelli con cui ho parlato o di cui ho letto). L’alternativa è diventare forti mostrando le proprie fragilità e affermando se stessi, un giorno alla volta. Perché non è giusto vergognarsi solo perché si fa parte di una minoranza, solo perché qualche piccolo bastardo ci ha rovinato gli anni della scuola oppure perché non siamo stati capiti, quindi evitati, attaccati, giudicati, messi in ridicolo e via dicendo. Bisogna trovare qualcuno che per noi sia un porto sicuro in cui poterci mostrare senza imbarazzo, sapendo di venire accolti; e imparare, con tutti gli altri, non a mascherarsi, ma semplicemente ad omettere delle parti, mostrarne solo alcune, senza necessariamente snaturare il proprio comportamento per sembrare come la maggioranza.

Che poi anche la maggioranza finge, solo che fanno meno fatica di noi e il dispendio emotivo ed energetico è nettamente inferiore. Di conseguenza anche i danni che ci si procura, sono decisamente meno drammatici e gravi.

Think about it!

#aspie #masking #sindromediasperger

 



A volte le emozioni possono essere troppo intense e ci si può sentire sopraffatte. Credo sia importante prendersi il proprio tempo e sapere ...