Esistono due forme di reazione emotiva al post-apocalisse dato dalle incomprensioni o i sovraccarichi.
Questo è quello che sto vivendo e ho vissuto io in tutti questi anni di vita terrena.
Spesso, le persone neurodivergenti si attirano come calamite. Ovvio. Ci si ricerca, a volte inconsciamente, tra la folla che non ci capisce e non ci raggiunge. In un mondo in cui ci si sente sole e soli, questa è l’unica speranza di recupero del proprio centro nel mondo.
Ma non è affatto facile. Per quanto riguarda la mia esperienza, capita che, molte volte, l’essere profondamente emotive possa portare a non regolarsi a vicenda. Una persona non si regola da una parte, l’altra dal suo lato. Quindi il rischio potenziale può diventare un meltdown reciproco. Parlando di neurodivergenza, ci si può anche riferire a persone ipersensibili, i cosiddetti PAS (persone altamente sensibili).
Quindi, sia che si tratti di Asperger, sia che si tratti di PAS, si rimane comunque nella neurodivergenza, perché si funziona diversamente dalla media. Spesso si è come senza pelle, con una struttura che non è sempre solida, perché costruita su fondamenta che non risuonano con la nostra parte più profonda e vitale.
Tutto è quasi sempre stato un processo di adattamento, fin dall’infanzia.
Come tentare di infilarsi a forza scarpe troppo strette.
Ed è ovvio ricercarsi, è anche un meccanismo di sopravvivenza. Ma il punto critico è che questo incontro avviene su un terreno “ostile”, uno spazio di vita che è stato costruito su una base diversa dal proprio sentire.
Quindi si gioca nella stessa squadra, ma in campo “nemico”. Come sotto sorveglianza, i passi si muovono incerti, misurati, sempre in allerta, la solita, quella che ci ha permesso di tentare, molte volte, di proteggerci in modo quasi “disperato”, annaspando in un mondo che va stretto e ci stritola.
Giochiamo con carte non nostre, tentando di far quadrare i conti. E rischiamo di far cadere chi ci risuona davvero sotto il “fuoco amico”. Assurdo, no?
Riconoscersi per poi farsi la guerra.
Pensando “anche tu mi fraintenderai, alla fine, non posso fidarmi nemmeno di te”.
Ma non è così. Il problema è il campo ostile, non noi, che andiamo naturalmente verso ciò che ci farebbe stare bene.
Questa è una trappola che può rivelarsi micidiale, se non ci si centra su se stesse. Ed è quello che ci serve davvero per non restare isolate dentro la nostra differenza dalla maggioranza intorno a noi.
Trovarsi è l’unica ancora, la sola salvezza in un mondo che condanna chi è neurodivergente al continuo sospetto, perché si è fatta troppe volte esperienza di non essere capite, di accuse infondate, basate su elaborazioni per noi distorte, perché tarate su funzionamenti differenti dal nostro.
Io, dal mio piccolo spazio nel mondo, ho deciso di non cedere mai alla difesa estrema. Voglio essere me, mai perdermi nella sopravvivenza disperata “attacco-fuga” perché mi riduco ad attaccare prima di poter essere colpita. E se vengo attaccata, come da un gatto selvatico che non riesce a fidarsi di nessuno, poi resto ferma e aspetto che mi osservi meglio, magari un po’ più da lontano, e capisca che di me poteva fidarsi.
Non voglio perdere me stessa, questo è l’unico regalo che posso farmi in questa società che mi tiene, mio malgrado, ai margini per non espormi troppo.
Sto qui. Se arriva una persona che percepisco simile e poi si spaventa, perché non riesce a rimanere centrata sul suo reale sentire, ma si fa guidare dalle sovrastrutture difensive che ha dovuto creare per non sentirsi troppo vulnerabile, io resto qui, sperando che capisca che non vale la pena distruggere tutto.
Perché da soli si è più fragili, ma insieme a chi risuona davvero con noi, si può anche diventare “invincibili” e vivere le proprie emozioni non più come se fossero pericolose. Deporre le armi, stare nello spazio sicuro con qualcuno che non ha mai raccolto nemmeno un sassolino da scagliare contro di noi. Finalmente trovando la pace, quella dell’anima.

